Con Antonio Giolitti è scomparsa una delle figure politiche da me molto amate.
Dopo i fatti di Ungheria del 1956, aveva capito l’abisso in cui il Partito Comunista italiano, con il suo fintamente cieco filosovietismo, bloccava lo sviluppo libero e autonomo di una forza di sinistra, a cui la storia aveva affidato il compito di coniugare le tradizionali libertà di pensiero, di stampa, di parola. Della rivoluzione francese la libertà dal bisogno che più di altre rende schiavi – muti, timorosi, asserviti al più ricco e potente – i cittadini (così come la libertà dal bisogno è insufficiente se il prezzo da pagare è l’asservimento del pensiero e della libera espressione di sé).
Antonio Giolitti lasciò, come altri quel partito, meritevole per l’Italia, per il grande contributo anche di sangue versato nella lotta contro la dittatura fascista, ma ipocrita, sordo, vilmente complice per il tributo di cittadini che opprimeva, per aderire al PSI, con meno fantasmi nell’armadio, autentici libertari al suo interno, e ancor più animato dal nuovo corso autonomista ispirato da Pietro Nenni e altri.
Nel PSI, la componente antisovietica e libertaria, non s’era mai spenta e si poteva finalmente dare avvio, con Giolitti stesso e Riccardo Lombardi, a un percorso che - nel tradizionale rispetto della democrazia politica sancita dalla costituzione italiana, di cui la sinistra nel suo complesso, unitamente alla democrazia cristiana e ai liberali, era l’ispiratrice - sostenesse con fermezza quei propositi di trasformazione della società in senso socialista che era la ragion stessa del partito.
Poi, invece è venuto lo sbrago: un cedimento sempre maggiore all’economia di mercato, alle logiche di produzione finalizzate al mero profitto di pochi, pochissimi, contro la stragrande maggioranza di cittadini, e non più a un equilibrio tra lavoro e distribuzione della ricchezza prodotta, con particolare attenzione a servizi sociali – sanità, istruzione, energia, trasporti, infrastrutture – di cui godere tutti, indipendentemente dal proprio reddito.
Bettino Craxi è stato il punto di non ritorno di questo sbrago.
Carrierismo, yuppismo, corruzione endemica. Il suo legame – fino al padrinaggio personale, poi – con Berlusconi, prototipo del miliardario che della corruzione, del profitto e di un tipo di società esclusivamente basata sul profitto e l’immagine, antitetica all’intera storia del Partito Socialista, è stato emblematico.
Antonio Giolitti l’aveva capito e, anch’io sulle orme di questo uomo onesto e coerente con i suoi ideali, ho preso la porta per uscire da un partito nel quale avevo creduto come non mi è mai più capitato con nessuna altra forza politica alla quale pure mi sono sentito vicino.
Vicino, ma non di più, senza quella osmosi che avvertivo quando c’erano Riccardo Lombardi e, appunto, Antonio Giolitti.