I miei genitori, al momento del passaggio della loro città alla Jugoslavia, non hanno esitato: hanno lasciato una casa e un lavoro sicuri e sono venuti, profughi, in quella che consideravano la loro patria: l’Italia.
Hanno vissuto in campi profughi, ed io sono nato in uno di questi, condividendo spazi comuni con altre famiglie di profughi. Io, per questo, non ho mai sofferto della condizione di essere figlio unico. Bastava che aprissi la porta del dormitorio in cui vivevamo in quattro, i miei genitori, la mia nonna paterna ed io, per trovarmi a contatto con altri amici che ancora oggi, all’età di quasi 62 anni, considero fratelli e sorelle.
La nostra prima (e unica casa per i miei genitori, dopo quella lasciata a Fiume, ovviamente) l’abbiamo avuta solo nel 1958. Sessantadue metri quadri. Avevo dieci anni e, quando ci sono entrato per la prima volta, mi sembrava di entrare in una reggia.
Due volte italiani, avrebbe detto di noi profughi, con grande intuizione, il presidente Saragat: di nascita e di scelta.
Eppure, via via che invecchio, scopro dentro di me un sempre maggiore disprezzo per gli italiani, per noi stessi: sono – siamo – egoisti, furbi, privi di qualsiasi senso civico, facili alla corruzione e al leccaculismo. Senso dello Stato, poi, meno che zero. Non da oggi: non ce l’ho solo con la maggioranza di cittadini che vota Berlusconi, del tutto indifferente ai fatto che sulle sue spalle – quelle di un uomo che guida questo paese - gravino accuse molto gravi e che, eletto, prodighi tutte se stesso e il governo a tutelarsi dall’affrontare i processi che lo riguardano, ma anche storicamente: il popolo italiano, la maggioranza di esso, i suoi dirigenti, è lo stesso che, nel 1922 ha lasciato che un gruppo di uomini violenti e incolti, poi rivelatisi anche assassini, arrivasse al potere instaurando, non senza consenso popolare, una dittatura e dichiarando una guerra tremenda che, tuttavia, pur di fronte alla distruzione, ai lutti, alla perdita di terre, è rimasta viva nei suoi postulati clericofascisti e razzisti, ipocriti e perbenisti, che hanno spesso occasione di manifestarsi.
Non credo neppure tanto per cattiveria, quanto per superficialità, menefreghismo, tornaconto personale. E ignoranza. Ci sarà pure un motivo se gli italiani sono agli ultimi posti per quanto riguarda la lettura di libri e giornali. La televisione poi è quella che è, espressione di una volgarità senza limiti che contribuisce, più che ad attutire ulteriormente, ad alimentare il già quasi inesistente senso civico.
Un nonno oggi, che si trovava a spingere la carrozzina con il nipote ha provato a richiamare ai suoi doveri di cittadino un signore che, a spasso con il proprio cane, trascurava di ripulire il marciapiede delle feci che l’animale aveva appena rilasciato. Al che si è sentito rispondere: “Se ti interessa fallo tu, a me non me frega niente!”. Sul marciapiede, naturalmente, poi di feci di cane ce n’erano altre, di altri cani. Di altri padroni, cittadini di questo paese. Tutti indifferenti. Stato assente. In questo caso, naturalmente, ma ben presente su altri aspetti vessatori…
Così, da tempo, medito da andarmene da un paese abitato da gran parte di questo tipo di gente. Mi trattengono naturalmente i miei figli, uno ancora in età scolare, e le altre due figlie, entrambe mamme lavoratrici, che, in mancanza di adeguati servizi pubblici, a un certo momento devono necessariamente fare affidamento, per guardare i nipoti, su noi genitori…
Per non parlare dei servizi sociali. Richiesta il 28 dicembre 2009, con impegnativa,una visita ortopedica per mio figlio, la visita è stata prenotata per il 12 luglio prossimi. Richiesta, alla stessa struttura, una visita intramoenia, mi è stata data per il 5 gennaio (visita poi effettuata con pagamento di €. 102,00 – e le tasse mi sono regolarmente detratte dalla pensione mansile)
Sì, via da questa Italia, da questi italiani… Dalla signora che a L’aquila plaude Berlusconi, e dice al telegiornale, senza vergogna: “Ci è stato vicino… si farà pure gli affari suoi, le leggi per conto proprio, però è venuto qui”, dimenticando che se la sua casa è crollata è perché gente che, come Berlusconi, si è fatta gli affari suoi e, per guadagnare, al posto del cemento, ci ha messo la sabbia…
Via da questi italiani, superficiali, attratti dal luccichio delle cose, invece che dalla loro sostanza. Via…
Però…
Però, in questi giorni di pausa natalizia, mi è capitato di avere un po’ di tempo per fare alcune ricerche all’archivio centrale dello stato, qui a Roma, a pochi passi da casa mia. Da anni volevo sapere qualcosa di più su un comunista libertario, tale Sante Mascherana, romano, classe 1908.
Quand’ero ragazzo, a Fiume, avevo conosciuto sua moglie, quella che io conoscevo come signora Mascherana. In realtà lei era bosniaca, si chiamava Nada Pausk, era una vecchia comunista, ebrea, che nel 1943 venne arrestata in Italia e confinata a Ventotene, con Terracini, Pertini… E qui conobbe il Mascherana, un anarchico, del quale s’innamorò.
Gli anarchici, si sa, erano l’anello debole del movimento operaio: privi di organizzazione, di gerarchie, erano suscettibili di infiltrazioni da parte della polizia. Così, i comunisti, nel timore che, nei momenti intimi Nada si lasciasse andare con il suo Sante a rivelazioni che potevano inficiare la lotta antifascista, le proibì in tutte le maniere di frequentarlo. Fino ad ammalarsi…
Ma l’amore tra i due alla fine vinse. Caduto il fascismo, si sposarono e Sante Mascherana seguì la donna a Fiume, ormai Jugoslava. Il germe libertario però era ormai parte di loro. Mascherana sicuramente mal sopportava il rigido comunismo titoista e se ne andò via, non so dove, ma anche Nada, seppur amica di Tito da ancor prima dello scoppio della guerra, e seppur, nella nuova Jugoslavia, dirigente del movimento femminile, non se la sentì di continuare a fare una vita politica che assecondasse repressioni e quant’altro, preferendo dedicarsi a un lavoro aziendale, valorizzando la conoscenza delle lingue, ben cinque, che conosceva.
Io, la sera, l’andavo a trovare e credo sia stata determinante nel farmi apprezzare i valori del socialismo democratico o, comunque, del comunismo libertario non asservito ai diktat di un partito…
Che c’entra tutto ciò con l’Italia, se lasciarla o meno? C’entra. Perché andando all’archivio centrale di stato e guardando i fascicoli riguardanti l’anarchico Sante Mascherana nel Casellario Politico del periodo fascista e in quello relativo i confinati politici ho scoperto che quest’uomo, per le sue idee, il suo antifascismo, venne arrestato per la prima volta nel 1932 e mandato quattro anni al confino a Ponza, poi – per il suo rifiuto ad “effettuare il saluto romano nel rispondere ai prescritti appelli, nell’incontrare persone rivestite di Autorità e nell’entrare nei pubblici uffici” (così i verbali di polizia) – mandato ancora nel 36 a Tremiti per 11 mesi e 24 giorni, quindi nel ’37 di nuovo a Ponza e, poi, dal 1939 al 1943 a Ventotene.
“Egli non ha desistito dallo svolgere attiva propaganda contro il Regime…” è scritto, così come “La voce pubblica – i soliti italiani spioni, n.d. r. - lo ritiene contrario all’attuale Regime e capace di svogere propaganda sovversiva. La particolare astuzia del Mascherana e la sua abilità nel dissimulare hanno impedito che egli fosse colto sul fatto”, così i Regi Carabinieri. E pur senza aver commesso nulla, galera!
Figuratevi, nel fascicolo riguardante il primo arresto, quando Sante aveva solo 24 anni, la madre Sbornicchia Rosa, vedova, sessantenne, scriveva di suo pugno a Mussolini perché lo rilasciasse, essendo quel figlio il suo unico sostegno e promettendo per lui, povera donna, per il futuro fedeltà al fascismo…
Ma lui era un uomo libero. Era un italiano diverso. Faceva parte della minoranza, non della maggioranza bue, quella che si ritrovava osannante a Piazza Venezia (e che poi magari negava di essere mai stata fascista, forse addirittura diventando comunista).
Eppure, Sante Mascherana, non è mai venuto meno ai suoi principi. Agiva per se stesso, la propria dignità.. Non ha fatto carriera politica. Non è diventato qualcuno. Nessuno lo ricorda (se non io, perché casualmente avevo conosciuto la ex moglie). E’ stato un uomo semplice – tra l’altro era pittore edile – che poteva fregarsene e anche solo fingere di essere fascista, per farsi gli affari suoi. Lo reputo un esempio.
Al punto che è per rispetto a questa gente come lui, italiano anche lui, a dispetto di ciò che è la maggioranza degli italiani, vale la pena di restare qui. Andarsene, significherebbe tradire il loro sacrificio.