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RIPENSARE IL COMUNISMO
02/11/2009
Il capitalismo, la cosiddetta  economia di mercato, oggettivamente, sta devastando il mondo. La ricchezza si concentra sempre più in poche mani, mentre la classe media si impoverisce e i poveri aumentano geometricamente.  Questo è il trend. Ha un senso, per l’umanità, continuare su questa strada?
 
Tanto più che, si è visto, il compito affidato al socialismo democratico di ammorbidire gli eccessi di una politica liberista con soluzioni che garantissero una sorta di salvaguardia sociale alle classi più deboli, è fallita. Anzi, alla fine, il potere economico del grande capitale è stato tale da annacquarne viepiù la forza, al punto che oggi si va nella direzione opposta, anche distruggendo conquiste sociali e civili che,  in una logica della Storia come progresso infinito, si credeva definitivamente acquisite, visto che la tendenza, insieme alla precarizzazione del posto di lavoro, quando c’è, è quella di ridurre il welfare e puntare di più sulle privatizzazioni dei servizi, in una logica tante volte di monopolio o di “cartelli”, con costi che non permettono ai meno abbienti, e quindi a un sempre maggior numero di cittadini, di usufruirne .
 
Il grande capitale, infatti, indifferente, per non dire avverso, ai benefici generali derivanti da un equilibrio nella distribuzione della ricchezza e dei servizi, mal sopportava spese sociali che gli riducevano quote di profitto. Si è così prodigato in una politica di contrasto liberista, affidata nel mondo a Reagan e alla Tatcher,  e dando vita a una battaglia, nei fatti e, soprattutto, culturale tale da spingere anche la sinistra che si richiamava alle speranze del socialismo democratico di far proprie e difendere logiche liberiste, da sottomettere ad esse gli stessi principi antagonisti che erano all’origine della sua ragione d’essere.
 
C’è bisogno di una svolta. Non tanto sul piano dei principi della democrazia politica, anche se è palese che, al di là delle rappresentanze in parlamento e nelle istituzioni più varie, è chi detiene il potere economico  che ha la forza di incidere sulle stesse attraverso varie misure, non ultime le minacce e il ricatto, quanto sul piano di una visione diversa della società che, però, anche in parlamento e nel paese, con fermezza e senza esitazioni di sorta, faccia del liberismo, del capitalismo, dell’economia di mercato, il nemico da combattere.
 
In breve,  più che il capitalismo, sul quale dallo stesso Weber, alle origini, a Keynes e tanti altri economisti  premi  Nobel, dopo,  esistono fior di studi e pratiche che hanno provato inutilmente a umanizzarlo, c’è da ripensare il comunismo, secondo me troppo frettolosamente abbandonato dopo le fallimentari esperienze sovietiche e dell’est.
 
Il comunismo va ripensato non solo nei termini in cui, nel secondo dopoguerra, è stato attuato nei cosiddetti paesi a socialismo reale, con tutti i mali che conosciamo - oltre all’oppressione sociale anche l’impoverimento generale fatti salvi i privilegi della nomenklatura  - ma anche per come si è espresso nelle democrazie occidentali.
 
Ovvero con un filosovietismo cieco e servile, in Italia incarnato nella figura stessa di Togliatti, che ha impedito all’idea stessa di liberazione dell’uomo, insita nel comunismo, di volare.
 
Sono convinto che se il comunismo italiano, in nome, appunto,  dell’idea stessa che il comunismo marxianamente intende, si fosse posto, in ordine storico, non tanto dalla parte degli italiani ma contro Tito nell’uso delle persecuzioni ad essi per meri fini annessionistici e non di lotta politica; se nel 1956 fosse stato apertamente dalla parte dei rivoltosi di Budapest e del compagno Imre Nagy, invece di sostenerne – come Togliatti ha fatto – la pena capitale; se fosse stato con Dubcek e la primavera di Praga e non avesse dovuto attendere la caduta del muro di Berlino per ripensare se stesso in forme che non fossero quelle ormai deboli e stantie della socialdemocrazia, oggi la sinistra italiana sarebbe un bel passo avanti. Rispetto alla situazione italiana - ridotta, con il PD, alla ricerca di un ubi consistam, con la sinistra radicale a una polverizzazione da politica di cortile, il proprio personale - e a quella, più generale, europea, vittima di un blairismo che di socialismo non ha più nulla se non il nome.
 
Mi chiedo, vi chiedo, è possibile ripensare a un agire politico figlio di una visione che, partendo dalle fallimentari esperienze comuniste pregresse,  salvi l’umanità dal baratro a cui la sta conducendo il capitalismo?      

 Commenti sulla News (10)

Inserito: giovedì 11 giugno 2009 alle: 10:21
Autore: Diego Zandel
Commento: Caro Maurizio, l'economia di mercato non si può applicare a tutto. Credo che i servizi pubblici essenziali - sanità, istruzione, ricerca, energia trasporti, comunicazioni - debbano essere gestiti dallo stato, naturalmente in termini di efficenza e trasparenza. Inoltre, sta allo stato, o comunque agli enti pubblici, difendere il diritto di tutti ad avere una casa, provvedendo a estendere l'edilizia popolare, in forme altamente dignitose, all'interno di concezioni urbanistiche che ha al centro la persona (non certo come l'edilizia popolare del Laurentino 38 o del Corviale e neppure quella scadente dei paesi dell'est.

Inserito: mercoledì 4 novembre 2009 alle: 17:43
Autore: Maurizio Lo Re
Commento: Caro Diego, anch’io ritengo che, preso atto delle devastazioni del liberismo economico e del fallimento del socialismo alla Blair, occorra elaborare una dottrina politica che salvi l’umanità dal baratro (Filippo Ieranò ha giustamente incluso in questo concetto anche la devastazione della natura). Quanto alla tua analisi storica del PCI, la condivido sostanzialmente per quello che tu chiami il servilismo di Togliatti, anche se non va trascurato il ruolo positivo svolto dal PCI nella resistenza, nella rinascita della democrazia italiana e nel contenimento di istanze rivoluzionarie suscettibili di portare alla guerra civile, come in Grecia. Inoltre, l’allontanamento del PCI da Mosca è molto evidente a partire dal 1968 di Praga, con il rifiuto del riconoscimento della sovranità limitata e, successivamente, con la dichiarazione berlingueriana sulla fine del ruolo propulsivo dell’URSS. Quindi venne l’eurocomunismo, abbozzato nel 1975 nell’incontro Berlinguer–Carrillo e formalizzato il 2 marzo 1977 nella carta dell’eurocomunismo firmata da Berlinguer (PCI), Carrillo (PCE) e Marchais (PCF). Si teorizzava la cosiddetta "nuova via" ed il 2 novembre Berlinguer andò a Mosca a difendere la sua autonomia. Insomma, il tentativo di ripensare il comunismo è stato fatto, senza successo, ed a me non pare che si debba ripartire da lì. Secondo me, non si può prescindere dall’economia di mercato, ma occorre darle regole ed un volto umano (come l’altra faccia di un socialismo dal volto umano, di buona memoria), sulla base di tre principi fondamentali: 1. La crescita economica è indispensabile, perché senza di essa la torta è troppo piccola per soddisfare i bisogni di tutti. 2. La ricchezza va ridistribuita, attraverso le imposte, per finanziare i servizi sociali e sostenere i redditi dei non abbienti (ritengo anch’io, come Padoa Schioppa, che le tasse sono belle). 3. Le persone devono essere al centro delle politiche (libertà, benessere, dignità e cultura).

Inserito: mercoledì 11 marzo 2009 alle: 16:56
Autore: antonio dal tio
Commento: caro Diego il tempo sta consumando le nostre vite, abbiamo potuto osservare, verificare, i comportamenti delle persone più svariate, dalle sedi istituzionali, al condominio, alla strada. Hanno una costante comune, ovvero, è presente l'incapacità ad essere e operare in quanto insieme facente parte di un tutto. Qualsiasi sistema politico che si rivolga allo Stato, al popolo, nel rispetto dei diritti e doveri di ciascuno, non può prescindere da questo principio: essere un insieme, il tutto prevalendo sull'uno. Chi immagina di superare questo stato di cose, dove ciascun cittadino è nemico nei fatti dell'altro in un fagocitare l'impossibile con egoismo senza limiti, si può comprendere, ma al suo desiderio e progetto manca la materia prima. Forse io, te, Giorgio e qualche altro, se ce la mettiamo tutta, potremo fare un gruppo di sognatori che lavora intorno ad una idea che elabori la nostra res publica (ma solo nostra). Quindi ripensare, e qui in Italia in particolare, ad un sistema che risponda alla nostra domanda di umanità, civiltà e dunque politica, lo trovo impossibile. C'è una crisi profonda dell'uomo contemporaneo, S.S Giovanni Paolo II citando il profeta Geremia ce la sintetizzò così:" Il silenzio di Dio, che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall'agire della umanità." Come vedi anche chi ha testimoniato il Cristo ( nei suoi limiti) si è arreso alla tragica realtà. In fondo, se vogliamo guardare alla storia nel tempo l'uomo dell'anima, dello spirito, del grande volo sociale è esistito solo come idea di liberazione da ciò che noi definiamo il male. Essere nell'idea credo sia un grande privilegio. Un bel saluto Toto

Inserito: mercoledì 11 febbraio 2009 alle: 18:27
Autore: Antonio Oldani 2
Commento: La caduta del Muro significo' la caduta di tutti i regimi del "socialismo reale" e Mikhail Gorbaciov non riusci nel suo disperato tentativo di democratizzare il regime sovietico. 20 anni dopo possiamo riflettere seriamente sui drammatici errori del Socialismo Reale - quei regimi mafiosi riuscirono nell' intento di infangare i gloriosi simboli delle lotte operaie per l'emacipazione dei ceti piu' deboli (la falce e martello, la bandiera rossa, l'Internazionale..).Ma non puo' essere il capitalismo il futuro dell' Umanità: la cosiddetta "economia di mercato" sta devastando il Mondo e i poveri aumentano ovunque, mentre la ricchezza si concentra in poche mani. E allora bisogna ripensare il Comunismo partendo dall'analisi critica di tutti gli errori e gli orrori del nostro passato... e ritornare alle origini, quando questa parola voleva significare Piu' Democrazia, Piu' Giustizia Sociale, Piu' Rispetto della persona, Piu' felicità per tutti. E io aggiungerei anche piu'rispetto delle opinioni diverse dalle nostre. Facile a dirsi, ma questa è la sfida di questi anni e del prossimo futuro. ao

Inserito: mercoledì 11 febbraio 2009 alle: 18:21
Autore: Antonio Oldani 1
Commento: Ulbricht il Dittatore della Germania Est, bastione del cosiddetto "socialismo reale" imposto dai capi del Cremlino, disse che si trattava di " un muro di protezione antifascista" per evitare aggressioni dall' Ovest. Era una menzogna: quando iniziarono a costruire il Muro a Berlino Est nella notte tra il 12 e 13 agosto 1961, la DDR soffriva la fuga in massa di operai specializzati , di professionisti e di militari disertori, che si spostavano all' Ovest (2,5 milioni di persone tra il 1949 e il 1961). Dal punto di vista propagandistico la costruzione del Muro fu un disastro per la DDR e per tutto il blocco filosovietico. Cosi' scrisse Viktor Suvorov, romanziere russo: "L'obiettivo del Muro di Berlino era di evitare che il popolo della Germania Socialista potesse scappare nel Mondo Occidentale. Il muro fu costantemente perfezionato, trasformato da un muro normale in un sistema insopportabile di ostacoli, trappole,segnali elaborati, bunker, torri di guardia, congegni anticarro e armi a sparo automatico che uccidevano i fuggitivi senza bisogno di intervento delle guardie di confine. Ma piu' lavoro, ingegnosità, denaro e acciaio i Comunisti dell' Est mettevano per migliorare il Muro, piu' chiaro diventava un concetto: gli esseri umani possono essere mantenuti in una società comunista solo con costruzioni impenetrabili, filo spinato, cani e sparandogli alle spalle.... il Muro significava che il sistema che i Comunisti avevano costruito non attraeva, ma repelleva.." Nonostante il Muro in 5000 tra il 1961 e il 1989 riuscirono a fuggire, mentre sono piu' di 200 i fuggitivi uccisi dalle guardie di frontiera. La vergogna fini' il 9 novembre 1989 dopo grandi manifestazioni popolari contro il Governo DDR: il leader Honecker si era finalmente dimesso e il suo sostituto dovette riaprire il Muro. Decine di migliaia di berlinesi assaltarono i check point e furono accolti in maniera festosa dai loro fratelli dell' Ovest.

Inserito: lunedì 2 novembre 2009 alle: 15:22
Autore: alfonso lentini
Commento: Condivido la tua analisi. La strada che indichi sarebbe quella migliore. Ma c'è ancora qualche speranza o la situazione gnerale è ormai troppo degenerata e troppe le occasioni perdute? Certo, il capitalismo è qualcosa di mostruoso, l'unica maniera di fare ancora politica seriamenente sarebbe di muovere le idee in opposizione a questo modello...

Inserito: lunedì 2 novembre 2009 alle: 13:35
Autore: sandro d
Commento: Purtroppo il "socialismo reale", il "comunismo" - quella robba la' - non e' mai decollato a causa dell'uomo: maggioranza e in se' e stragrande maggioranza fuori da se', fatto di merda. Ergo, va cambiato l'essere umano, attraverso una mutazione antropologica. Con la violenza? Impossibile. La natura ci sderenerebbe. Resta il passo dopo passo, in termini politico-reali, da un liberalismo dal volto meno feroce a una forma di socialdemocrazia e via via verso il bersaglio. Con spunzoni "laterali", ma non troppo violenti, che' se no si torna indietro d'un botto e si ricomincia da zero... Abbracci, Sandro

Inserito: lunedì 2 novembre 2009 alle: 09:33
Autore: Filippo Ieranò
Commento: Caro Diego, è molto interessante la questione che poni, ma forse il problema potrebbe essere affrontato anche in termini diversi. In effetti le ideologie dell'Otto-Novecento hanno basato la loro visione della sacietà e dei rapporti tra gli uomini in modo quasi esclusivamente economicistico : più produzione più distribuzione di beni. La corsa allo sviluppo era, ed è ancora adesso, il principale obiettivo dei governi sia liberisti che comunisti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti (o quasi): l'attuale crisi economica (probabilmente la penultima prima del baratro definitivo) non ci aperto gli occhi sul fatto che viviamo in un contesto amabientale e umano limitato e che la distruzione della natura (riiscaldamento - inquinamento ecc.), porta anche il gota dei ricchi (paesi o elite sociali) alla distruzione. Ancora non si è riusciti a capire che abitiamo una 'casa' piccola e fragile. La psicosi della pandemia di questi giorni rende il senso di come le condizioni di salute dei paesi poveri non ci possone essere indifferenti, perchè il degrado ambientale in cui vivono decine di milioni di persone potrebbe produrre un 'essere invisibile particolarmente incazzato', e allora non basterebbe chiudere le frontiere agli uiomini e vaccinare, potrebbe essere il vento o l'acqua a diffonderlo nel globo. Dunque, l momento di ripensare il concetto stesso di crescita e di benessere è arrivato. Smettiamola con le politiche espansive e cominciamo a parlare non di sviluppo economico ma di progresso umano (come diceva Pasolini). Forse bisognerebbe ridurre i ritmi e le ore di lavoro e la quantità di merci per lasciare più tempo alle persone, per stare più insieme , favorendo politiche sociali e relazionali. Forse...

Inserito: lunedì 2 novembre 2009 alle: 09:37
Autore: Andrea Cerquetti
Commento: E' difficile rispondere alla tua domanda, vivendo immersi quotidianamente in uno sfrenato individualismo ed egoismo sociale... Ciao, Andrea.

Inserito: lunedì 2 novembre 2009 alle: 01:25
Autore: Filippo Cusumano
Commento: Condivido le tue considerazioni sulle opportunità perse dal comunismo e sul baratro cui ci sta conducendo il capitalismo. Filippo Cusumano


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