Non ricordo in che anno ci siamo conosciuti. Sicuramente dopo il successo del suo libro “Alessandra”, edito da Bompiani, che vinse il premio Campiello nel 1974. Lo lessi con grande interesse perché, cela va sans dire, era ambientato in Grecia, anzi a Rodi, un’isola vicino a Kos, la “mia” isola.
Mi affascinò subito per il suo stile sincopato, fatto di frasi brevi, spezzetate, come pronunciate sul ritmo di un respiro rapido. Cercai subito i suoi libri precedenti, come mi capita sempre per gli scrittori che mi attraggono.
Ricordo la gioia che provai alla libreria Feltrinelli di via V.E.Orlando quando, un po’ isolati, sugli scaffali trovai, sempre editi da Bompiani, i romanzi “La fortezza del Kalimegdan” e “Calda come la colomba”, il primo ambientato nei Balcani, il secondo tra Roma, la Costa Azzurra e ancora la Grecia.
Avevo trovato un autore che sentivo vicino per gli scenari che proponeva, gli stessi del mio immaginario, per la scrittura che aggrumava colori e sensazioni, per il fondo di avventura delle sue storie, così come era stata avventurosa la sua vita.
Un giorno per caso lo incontrai in via della Mercede, nella libreria “Modernissima” che non c’è più. Mi sembrò un sogno. Lo avvicinai timidamente e gli dissi che ero un suo ammiratore e che anch’io amavo la Grecia. Fu cordiale, nulla più. Mi informò che proprio l’indomani sarebbe partito per Atene. Ci salutammo.
Quando uscì il suo romanzo “Le porte di ferro” già collaboravo a “Paese Sera”. Gli scrissi una lunga lettera in cui, dopo avergli ricordato il nostro fugace incontro romano, gli chiedevo di incontrarlo per una intervista. Parecchi giorni dopo mi telefonò, andai nella sua bellissima casa nei pressi di Piazza Minerva. Dopo l’intervista, nel porgergli il libro per la dedica scrisse sul frontespizio: “Caro Diego Zandel grazie per le domande (e anche per le risposte). Tanti auguri per te, la moglie e le due bambine Elena e Irinula Rena. Stefano Terra. Era il 1979, il mese e il giorno sfuggono alla comprensione della grafia. Ma quello fu il primo incontro di tanti altri che seguirono, ricchi di stimoli culturali, ma anche di confessioni e divertimenti.
Tra noi c’erano 29 anni di differenza, ma era come se fossimo due coetanei. Io gli davo del tu, ma lo chiamavo Maestro. Mi sarebbe stato impossibile chiamarlo Stefano.
Trascorremmo dieci anni così, fino alla sua malattia, quando per una sorta di pudore, esitava di chiamarmi spesso come prima. La morte lo colse in un’alba del 1989. Poco dopo ricevetti una telefonata di Emilia, la moglie, che me l’annunciava. Ero la prima persona a essere chiamato. D’accordo con Emilia preparai un comunicato per l’Ansa e avvertii il mio amico Sergio Modugno, allora caporedattore del TG1. E’ stato l’ultimo gesto che ho fatto per una persona a cui ho voluto molto bene e dalla quale mi sono sentito amato. Non ho mai smesso di ricordarlo.
Quest’anno avrei voluto curare un volume che raccogliesse i suoi romanzi più significativi, se non addirittura tutti. Con questo proposito ho scritto a Mario Andreose, editor della Bombiani che conosco da molti anni. Ho avvertito anche la moglie, Emilia, che si è mostrata subito felicissima. E perché nessuno più ricorda Stefano Terra e perché sa dell’affetto che nutrivo per lui (e lui per me). Andreose mi promise che ne avrebbe parlato al comitato editoriale. Così ha fatto. Ma la risposta è stata: “Caro Diego, ho provato a sondare gli umori circa una riproposta di Stefano terra, ma purtroppo pesano le esperienze quasi tutte negative che abbiamo avuto con altri scrittori Bompiani coevi. Mi spiace. Chissà se un giorno il vento cambierà direzione!”.
Le leggi del mercato, nel mondo dei libri come ovunque, purtroppo prevalgono su quelle della letteratura. Anche nei confronti di uno scrittore che Andrea Barbato ha definito “Il più grande scrittore italiano del dopoguerra”.