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Articolo del: 24/02/2010
L'America è sempre a caccia di streghe
Ma davvero al pubblico italiano piacciono tanto queste storie sulle streghe di Salem, tanto quanto possono piacere agli americani? Ce lo chiediamo di fronte al terzo o quarto romanzo che, nel giro degli ultimi mesi, arriva in Italia sul tema, come gli altri accompagnato oltreoceano dalla autrice di turno. Ora è la volta di Katherine Howe che ha scritto “Le figlie del libro perduto”, edito da Salani, e vedremo quale sarà la reazione, appunto, del pubblico italiano. Intanto a Katherine Howe chiediamo perché, secondo lei, le streghe di Salem continuino a interessare, almeno negli Stati Uniti?
“Perché la cultura americana non ha mai chiuso i conti con Salem. Salem rappresenta infatti una contraddizione in quanto mette in discussione alcune verità e alcuni ideali in cui credono gli americani. Ci riteniamo infatti tolleranti, ragionevoli, amiamo credere di essere sempre pronti a prenderci cura dei membri più deboli e sofferenti della comunità. Ma queste vicende avvenute a Salem ci ricordano che non sempre è stato così e che dobbiamo sempre e costantemente lottare per questi ideali affinché si concretizzino. Anche se questi non sono stati gli unici processi per stregoneria, ma sicuramente i più importanti, i più grossi e i più fatali. Le credenze su chi sono le streghe e come si comportano sono state importate sia dall'Inghilterra sia dal resto dell'Europa che sono state teatro di altrettanti processi. Si tratta quindi di una storia molto americana che ha però radici nella vecchia Europa. Questi episodi avvenuti nel 1600 echeggiano ancora oggi nella nostra cultura. Venendo al mio romanzo, per me esso è la storia di una donna che viene condotta a guardare dentro di sé dalle circostanze della vita e cerca di portare alla luce quelle doti e quei talenti che ignora di possedere. E penso che rappresenti il desiderio profondo e trascendentale al quale ognuno di noi dovrebbe aspirare. Ritengo sia questo il motivo per cui i lettori di ogni sesso ed età apprezzano il mio libro”.
Questi processi alle streghe quanto hanno condizionato o addirittura di essi sopravvive nell’America di oggi?
Noi americani abbiamo la tendenza a usare periodi storici precedenti, il passato, per raccontarci e spiegare il presente. Per esempio il panico di Salem è stato usato per descrivere la sensazione di ansia e di paura per il comunismo che ha scatenato una vera e propria caccia alle streghe negli anni cinquanta dello scorso secolo. Arthur Miller scrisse allora Il crogiuolo, un racconto fittizio sui processi alle streghe avvenuti nel passato per parlare delle ansie del presente. Nella notte in cui Ethel e Julius Rosenberg  furono assassinati come spie russe veniva rappresentato a Broadway  Il crogiuolo e quando si apprese la notizia venne osservato un minuto di silenzio in sala. Il termine 'caccia alle streghe' è nato proprio in quell'occasione e ha avuto un forte impatto sulla nostra cultura. Per questo incuriosisce e affascina molto gli americani.
Il suo interesse personale invece da cosa nasce?
Quando avevo quindici anni ho scoperto, grazie alle ricerche di una zia, che nel nostro albero genealogico c'erano due donne accusate di stregoneria: una sopravvisse perché in attesa di un bambino, l'altra purtroppo perì. Questo fu però solo l'inizio. Il mio interesse è soprattutto storico, dal momento che ho studiato a lungo questa materia e che abito a Marblehead, una cittadina poco distante da Salem, dove, ancora oggi, ci sono raffigurazioni di streghe con la scopa, il cappello a punta e un gatto nero. Da storica mi sono chiesta come mai ci sia una profonda differenza tra le streghe descritte dai documenti del 1600 e quelle odierne che vediamo nel periodo di Halloween. Ho voluto quindi dare una lettura storica dei fatti di Salem e spiegare che cosa succede, e che cosa si lascia indietro, quando si perde di vista la storia.
E quanto di autobiografico c’è, se c’è, nella ricerca di Connie Goodwin?
Connie e io siamo simili solo apparentemente: entrambe siamo castane e condividiamo lo stesso mestiere, ma lei è più vecchia di me, ha 26 anni nel 1991, e la nostra formazione è diversa. Connie è una studentessa migliore di quanto sia stata io e si impegna molto per completare la tesi di dottorato. Inoltre cerca di capire meglio se stessa, di tirare fuori il suo potenziale, cosa che ognuno di noi può fare. Proprio per questo aspetto molti lettori si sono identificati in lei. Quello che volevo era scrivere un tipo di romanzo che mi sarebbe piaciuto leggere e sono molto gratificata dal fatto che sia stato apprezzato da un pubblico particolarmente eterogeneo: uomini e donne di ogni età, adolescenti, persone di religioni diverse. Tutti lo hanno trovato godibile e si sono identificati nei protagonisti del mio romanzo. Ciò significa che ho saputo fare bene il mio lavoro e ciò mi fa molto piacere.
        Diego Zandel
Katherine Howe, Le figlie del libro perduto, Salani, pag. 427, €. 18,60


Pubblicato su: LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO