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Articolo del: 27/01/2010
E' LETTERATURA E VESTE DI GIALLO
Zoran Živković è uno scrittore serbo tradotto in una quindicina di paesi. Adesso lo è anche in Italia. L’editriice TEA ha provveduto a pubblicare “L’ultimo libro”, una storia metafisica che gioca con il romanzo giallo: in una libreria presumibilmente di Belgrado chiamata Il Papiro, alcuni assidui clienti muoiono quotidianamente di una morte misteriosa, della quale neppure il patologo individua le cause. L’ispettore di polizia Dejan Lukić, amante della lettura,  indaga e ben presto, tra un’indagine e passione per la letteratura, si trova anche coinvolto in una storia d’amore con la bella libraia. Živković  prende spunto per far passare alcune sue idee su che cosa sia la letteratura alta e la letteratura bassa, non solo per quanto riguarda i generi letterari, ma in un confronto con la storia che via via si sta svolgendo sotto gli occhi dei protagonisti così come sotto quelli del lettore stesso. L’autore,  sessantenne, che è venuto a presentare il suo romanzo in Italia, parla perfettamente la nostra lingua, avendo frequentato a suo tempo l’Università per stranieri di Perugia.  “Avrei voluto, per questo, perché ho studiato qui,  che l’Italia fosse tra i primi paesi a tradurre e pubblicare i miei libri, invece accade dopo essere uscito in  molti altri paesi diversi”.
Signor Živković, immagino che si sia molto divertito a scrivere questo romanzo, vero?
Sì, moltissimo. Di solito godo nello scrivere, ma non mi è mai accaduto in maniera così particolare come con questo. Le parole mi uscivano dalla penna con estrema facilità, lasciandomi sempre, ogni  volta che smettevo, il desiderio di tornare alla pagina quasi si trattasse di partecipare a un gioco.
Secondo lei, in riferimento anche ai dialoghi tra l’ispettore Lukić e Vera, la bella libraia, come giudica il suo libro: letteratura alta o bassa?
Io lo considero letteratura alta, anche se il libro può apparire come un giallo. Sarei curioso di scoprire cosa pensano i lettori, se, dopo aver letto il mio libro, lo buttano via come si fa con i gialli o, viceversa, lo conserverà nella propria biblioteca come si fa con i libri di alta letteratura. Io naturalmente credo, e spero, in questa seconda decisione.
Lei, indipendentemente dal suo libro, in genere cosa pensa del romanzo giallo?
Credo che si tratti di letteratura triviale, non alta, commerciale. Un genere inventato dalle case editrici per poter vendere di più e gli scrittori per arricchirsi La letteratura alta ha altri scopi. Io non accetterei mai di scrivere un giallo per i soldi.
Il romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco è una sorta di leit motiv nel suo romanzo. Per lei personalmente cosa rappresenta?
Per me Il nome della rosa è senz’altro uno dei più grandi romanzi, lo metterei tra i primi dieci, del Novecento. Come professore di letteratura all’università di Belgrado io insegno ai miei allievi relativamente ai miti profondi, storici e letterari, che sono presenti  in quel romanzo. Anche se Eco usa lì il modello del giallo, lo fa solo con lo scopo di accelerare la dinamica narrativa. E’ un romanzo sulla rinascita del Rinascimento. Così nel mio romanzo non è importante conoscere chi è l’assassino, ma cerca di entrare nel rapporto che nasce nell’incontro tra l’autore e la sua opera.
Quali sono le sue influenze letterarie? Oggi è uno scrittore serbo, ma per buona parte della sua vita, essendo nato nel ’48, è cresciuto nella Jugoslavia di Tito. Cosa si porta dietro di quel periodo?
Io anche se sono serbo, non sono uno scrittore tipico della Serbia per come lo intende l’establishment letterario serbo, i cosiddetti canonizzatori della letteratura. Secondo loro, uno scrittore serbo dovrebbe occuparsi della grande storia serba. Ma nei miei 18 romanzi scritti finora solo in questo “L’ultimo libro” ci sono nomi serbi. Ma quanto scrivo non è influenzato del fatto che sono serbo. Avrei scritto gli stessi libri che ho scritto anche se fossi nato in Africa o tra gli esquimesi. I canonizzatori sanno bene che la mia narrativa ha un successo internazionale, perché non sono tipico. Comunque, c’è una specie di pace tra noi, non facciamo nascere discussioni, né abbiamo molti collegamenti.
Più in generale, com’è la situazione letteraria ed editoriale in Serbia, quali le sue prospettive di  sviluppo sia sul piano degli scrittori che della qualità letteraria?
Direi che c’è una nuova generazione di scrittori serbi che sono bravi e interessanti ma non vengono tradotti all’estero.  Purtroppo è normale per chi pratica una lingua così poco diffusa come il serbo. Io cerco di aiutare qualche autore ad essere tradotto, come Goran Petrović, David Albahari, Vladislav Bajac, ma non so quando ciò accadrà.
E Zoran Živković si mostra contento quando gli diciamo che in effetti di Goran Petrović è stato tradotto in italiano, da Ponte alle Grazie,  il romanzo “69 cassetti” del quale, non riconoscendo il titolo, gli ho ricordato quello originale “Sitničarnica ‘kod srećne ruke’”.
       Diego Zandel
Zoran Živković, L’ultimo libro, Tea, pag. 232, €. 10,00
 


Pubblicato su: LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO