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Articolo del: 27/12/2009
LA MEMORIA SPORCA DELL'OLOCAUSTO
Un libro intenso. La storia di Mara, una donna sopravissuta a un lager tedesco, che si porta dietro un ricordo, che è il suo segreto, insieme al senso di colpa di fronte a tutti coloro che erano prigionieri con lei e sono morti. Ma è anche la storia di suo marito, che ha saputo amarla e capirla pur nello sconfinato, sordo, squilibrio della sua mente. Soprattutto è la storia delle sue figlie, Lesley e Megan, che solo nella tragedia finale scoprono il dolore che ha nutrito la madre per anni. Sta qui, in pagine che si consumano lentamente, rese dolci dalla malinconia dell’adolescenza prima che gli avvenimenti precipitano nella tragedia, “La foresta dei girasoli” della scrittrice americana, ma residente in Gran Bretagna, Torey  L. Hayden, edito in Italia da Corbaccio, come gli altri suoi fortunati libri.
Signora Hayden, il suo libro ha l’incedere di un memoir ma non lo è. Da dove trae spunto per tanta vita, tanti dettagli di vita?
Fin da bambina avevo una fantasia molto vivace. Costruivo nella mia mente tanti personaggi, ciascuno con le sue caratteristiche, la sua vita, piena di dettagli. Quindi non mi è stato molto difficile riproporli qui come in altri romanzi.
A leggere i primi capitoli, il suo sembra un romanzo leggero, ma si rivela via via profondo e non privo di giudizi aspri, da parte di Mara,  nei confronti della chiesa cattolica rispetto al nazismo o dello stile di vita americano. E’ lei a pensare così o risponde al profilo del suo personaggio?
Non sono necessariamente mie opinioni. Sono cose di cui ho sentito parlare e trovato legittime, tanto che mi è sembrato giusto scriverne. Ma ovviamente sono personaggi ed esprimono solo se stessi, non le mie opinioni. Io, se fossi stata Mara, forse avrei detto altre cose. Ma, come ho detto, ho tanti personaggi nella mia testa ed essi parlano per loro, non per me.
Il tema di fondo è il senso di colpa dei sopravissuti ai campi nazisti nei confronti di chi non ne è uscito vivo. E’ straordinario come temi così apparentemente lontani risultano ancora attuali. Quali sono le ragioni secondo lei?
Quello che io cercavo era esplorare gli aspetti integenerazionali, cioè ciò che lega tra esse le diverse generazioni, nuove e vecchie. A volte noi abbiamo un atteggiamento revisionista nei confronti del passato, pensiamo che non parlando di certe cose, si dimenticano. In realtà, non sempre è così. La malattia di Mara, per quanto celata, è ricaduta sulle sue figlie. Noi possiamo impedire che ciò accada parlandone. C’è in inglese un’espressione che dice: se non si impara dalla storia, siamo condannati a ripetere lo stesso errore. Io volevo vedere, con questo romanzo, che cosa non abbiamo imparato ed essere destinati a ripetere.
Il suo è anche un romanzo sull’adolescenza. Questa sua attenzione, anche con gli altri suoi libri, a questa età, a cosa è dovuta?
Per molti anni sono stata insegnante in una scuola per bambini psicologicamente labili, e questa esperienza è stata molto importante. Quanto all’adolescenza la giudico un’età molto formativa. Gli adolescenti non sono ancora corrotti, sono aperti, freschi, disposti a guardarsi intorno e con un idealismo intatto, che da adulti perdiamo.  Per uno scrittore l’adolescenza, messa a confronto con la perdita d’innocenza successiva, è una miniera da esplorare.
La diciassettenne Lesly è la protagonista del libro, ma la sorellina Megan, risulta essere la chiave che, con la sua innocenza, apre le diverse porte della verità. E’ d’accordo?
Sì. Lesly preferirebbe lasciare tranquillo il can che dorme, vorrebbe una vita ordinaria, come quella del suo ragazzo Paul, ma è Megan, con le sue domande, anche le sue paure infantili, a spingere Lesley verso una vita straordinaria.
Il finale è triste. Tra l’altro non assolve o non assolve del tutto la madre per le sue reazioni di oggi al terribile passato…
Non c’è l’happy end, ma il finale è positivo. Il marito di Mara, che appariva un po’ secondario in tutta la storia, ne esce come un personaggio forte. Dimostra come con l’amore si può sopportare tutto. La sua scelta avrebbe potuto essere un’altra, più egoista. Dimostra, soprattutto, la responsabilità che ci lascia il libero arbitrio, la nostra capacità di metterlo alla prova. Un lieto fine sarebbe stato tradire la vita. Ma il fatto che non ci sia non significa che non ci sia una fine positiva. S’impara soprattutto dal dolore. Le figlie usciranno più mature, più consapevoli dalla verità, rispetto all’inganno in cui erano vissute.
        Diego Zandel
Torey L. Hayden, La foresta dei girasoli, Corbaccio, pag. 389, €. 19,60 

 


Pubblicato su: LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO