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Articolo del: 15/12/2009
SINDONA, CIANURO E CAFFE' PER UN COLPO DI TEATRO
La vicenda umana e giudiziaria di Michele Sindona, il finanziere siciliano che, dopo una clamorosa ascesa ai vertici di alcune banche, nel corso degli anni Settanta precipitò nel buco nero di una serie di non meno clamorosi crack, è ormai consegnata alla storia, che, anch’essa, come già la giustizia, non assolve. Perché dietro quella vicenda, alla quale hanno contribuito in vario modo i forti legami che Sindona aveva con la mafia, i servizi segreti americani, la P2, lo Ior, ovvero la banca vaticana, l’Opus Dei e quella parte della Democrazia Cristiana prossima al Banco di Roma, non c’è solo una catena di affari andati male, bensì un agire criminale personale culminato nell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana, e in altri gravi reati accompagnati da insistenti minacce, come quelli subiti dallo stesso Ambrosoli e da Enrico Cuccia, presidente onorario di Mediobanca, che fu tra i più strenui oppositori delle scalate finanziarie di Sindona.
 Una storia che, nel suo complesso, ha tutti gli elementi per costruirci sopra un giallo, di quelli tosti, tipo “Romanzo criminale”, che lasciano senza fiato, tanto più quanto sappiamo che nulla è fantasia, ma cruda, durissima realtà, con tante vittime, morti assassinati, misteri irrisolti o risolti nel tempo, com’è il caso del banchiere Guido Calvi, prima socio poi avversario di Sindona,  trovato impiccato sotto un ponte sul Tamigi a Londra, omicidio venduto alle cronache all’inizio come suicidio ma ben presto rivelatosi per quello che era in realtà: un’esecuzione vera e propria che serviva a chiudere per sempre la bocca a un testimone pericoloso.  E, ancora, c’è la messa in scena di un finto sequestro brigatista,  attuato dallo stesso Sindona nei confronti di se stesso, e infine, per citare un’altra tragica farsa, il grande finale con il suicidio in carcere, quello di Voghera,  dello stesso Sindona con l’idea però di far credere a una sua eliminazione da parte di quei nemici, a cui egli imputava tutte le sue disgrazie.
I dettagli di questa brutta storia italiana sono ora tutti raccolti in due libri, diversi per linguaggio, impostazione e, soprattutto, prospettiva. Parliamo de “Il caffè di Sindona”, scritto dagli ex magistrati Gianni Simoni e Giuliano Turone  per i tipi della Garzanti e che si rifà strettamente agli atti giudiziari e ai fatti oggettivi, e “Il mistero Sindona” del giornalista americano Nick Tosches, biografo ufficiale del finanziere, che non esita a prendere posizione in sua difesa, accreditando tesi che la stessa realtà dei fatti ha ampiamente contestato. C’è da dire che il libro di Tosches, uscito seppur censurato, originariamente nel 1986, lo stesso anno della morte di Sindona – equilibrato nell’attuale edizione da una precisa ricostruzione introduttiva di Gianni Barbacetto - era  stato scritto, ma sarebbe meglio dire dettato, con l’obiettivo di salvare il finanziere se non dalla condanna, da una sua immagine negativa presso l’opinione pubblica. A leggerlo però è troppo stridente la contrapposizione dei fatti raccontati  da Sindona a quelli che emersi dagli atti giudiziari. Appare evidente che l’autodifesa di Sindona segue i classici schemi degli imputati tutt’altro che pentiti e ben decisi a farla franca: io non c’entro niente,  sono un perseguitato politico (dai comunisti, era il leitmotiv di Sindona) e vittima della classe economica dominante, nello specifico da Cuccia, al quale Sindona, rispondendo a una precisa domanda di Tosches, imputa anche la sua fama di uomo legato alla mafia.  Naturalmente, sempre stando al libro di Tosches,  Sindona non c’entrava nulla con la mafia, né con l’omicidio di Ambrosoli, né con l’incendio del portone di casa di Cuccia o, la minaccia di un rapimento di sua figlia, mentre il sequestro brigatista di cui lo stesso Sindona sarebbe stato vittima era tutt’altro che una messa in scena (viceversa, il libro di Simoni e Turone rivela, invece, come i due mesi e passa del cosiddetto sequestro, Sindona li trascorse tra Vienna, Atene e quindi, dopo una traversata in traghetto di linea tra Patrasso e Brindisi, in Sicilia).
Tutto ciò dimostra le capacità mefistofeliche di Sindona, culminate appunto con il proprio suicidio, venduto, prima di compierlo, come un omicidio da parte di qualche mano nera che aveva provveduto a mettergli del cianuro nel caffè mattutino. Solo che quel giorno, il 20 marzo 1986, Michele Sindona invece di berlo come sempre sotto gli occhi delle guardie carcerarie e delle telecamere in cella, si portò la tazza al gabinetto, unico posto, per discrezione, privo di postazioni dove si avvelenò per poi uscire barcollando e dire “Mi hanno avvelenato!”. Un coup de theatre ben ricostruito, in tutti i suoi aspetti, preliminari e circostanze da Simoni e Turone, che così rompono, una volta per tutte, il velo del mistero della sua morte. Quel velo, al contrario, lasciato intatto da Tosches che non esita, qualora si trattasse di suicidio, a paragonare il gesto di Sindona a quello di Socrate che Sindona stimava come il più nobile degli uomini.
       Diego Zandel
Gianni Simoni eGiuliano Turone, Il caffè di Sindonam Garzanti, pag. 197, €. 16,00
Nick Tosches, Il mistero Sindona, Alet, pag. 339, €. 19,00            


Pubblicato su: LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO