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| L'amore stregone di sara che prese il posto di sua madre |
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Della generazione di mezzo, quella posta tra gli scrittori nati intorno al primo decennio del novecento, e quella nuova, degli scrittori nati negli anni sessanta, Alberto Bevilacqua è tra coloro che, per rigore letterario, fedeltà ai propri temi, varietà e complessità di opere, merita in pieno il titolo di Maestro. Ed è senz’altro rimasto quasi l’unico, insieme a La Capria, a ricordare, per una sorta di staffetta che li ha resi coevi per un tratto di strada, una stagione che ha dato tanto alla letteratura italiana, in particolare alla narrativa, i Moravia, i Soldati, i Calvino, i Pasolini, i Parise. Si attende, giustamente, la consacrazione della sua opera, così importante, con la riproposizione di essa, almeno nei titoli più significativi, che Alberto Bertoni sta curando per i Meridiani mondadoriani. Intanto, quarantacinque anni dopo “La califfa”, uno romanzo reso memorabile anche dal film che lo stesso Bevilacqua ne ha tratto, consegnando alla memoria una straordinaria Romy Schneider, e dopo gli ultimi, struggenti e dolorosi libri, “Tu che mi ascolti” e “Lui che ti tradiva”, in cui Bevilacqua ha ripercorso i giorni della sua infanzia solitaria vissuta nell’assenza del padre e nella malattia della madre, eccolo ritornare alla narrativa pura con un romanzo “L’amore stregone”, edito da Mondadori, in cui ripropone una nuova figura femminile, Sara, destinata a diventare un altro di quei personaggi topici della galleria di “donne limite” a cui Bevilacqua ci ha abituato. Ovvero di donne forti, temprate dallo scontro con un mondo che pretende di appiattirle in ruoli stereotipati e che, per tutta risposta, rifiutano ogni ipocrisia per affermare se stesse attraverso forme di trasgressione che menti chiuse giudicano espressioni di debolezza, mentre, invece, risultano essere esempio di grande indipendenza. Ma chi è Sara? La conosciamo ancora fanciulla, nel momento della sua trasformazione puberale. Figlia di una donna bellissima ma assente, Marlene, della quale ha ricevuto la stessa bellezza e avvenenza, e di un grande pianista sempre in giro per il mondo che, attraverso la musica, le ha trasmesso il gusto di un’armonia vitale segreta, vive in una villa sulla Carso, Villa Kar, nei pressi di Trieste. La accudiscono due zie, sorelle del padre, che, nel disprezzo della madre giudicata libertina, non l’amano, e di uno zio, Samuel, che la difende con un affetto grande seppur impari alle insidie che l’adolescente deve affrontare. Tra queste, la pervertita concupiscenza del giardiniere Max, che, tuttavia, la costringe a fare i conti, portandola a maturazione, con la propria sessualità. Sarà l’incrocio singolare di tutte queste coordinate - la rivalità con le zie, il confronto deciso con Max, a cui concederà solo un’irriverenza impastata di derisione e vendetta, il gusto per l’autoerotismo come scoperta di se stessa, e quindi il rapporto sostanzialmente intellettuale con lo zio Samuel, con il quale compirà un formativo, quasi simbolico, viaggio nei Balcani in guerra (siamo negli anni Novanta), in quella Dalmazia originaria della loro famiglia - a far emergere le doti di quell’amore stregone che rappresentano l’essere più profondo di Sara. E sarà questo amore, ancora, che spingerà Sara, una volta diventata donna, a prendere il posto della madre scomparsa accanto al padre, seguendolo nelle tournée, come se fosse lei la sua compagna in un rapporto che, dell’incesto, ha solo il profilo, ma non la sostanza anche quando, simbolicamente, si mostreranno nudi l’uno all’altra, vincendo l’inerzia di una vita, anzi di due vite, divise negli anni. Solo in questo modo, assumendo accanto al padre il ruolo che avrebbe dovuto avere la madre, di cui è praticamente sosia, Sarà vedrà compiuto il suo destino d’amore tenacemente perseguito contro tutti. Diego Zandel Alberto Bevilacqua, L’amore stregone, Mondadori, pag. 214, €. 18,50
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| Pubblicato su:
LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO |
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