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Articolo del: 01/11/2009
"NON DIRE MADRE" NESSUNA E' FELICE PER FORZA
Ha solo 24 anni Dora Albanese, ma ha già un bambino di cinque. Dopo la sua nascita si è trasferita a Roma da Matera, una città che ha nel sangue, per tutto ciò che di atavico rappresenta, nel bene e nel male. Questo mondo e la sua connessione con l’esperienza prematura, per i tempi di oggi, della maternità e, in parte del sesso, è da lei espresso con grande forza nel libro di racconti “Non dire madre”, edito da Hacca. Ma è in particolare nei primi due che l’autrice, con grande incisione, punta a sfatare quel mito che vuole la felicità beota essere l’unica condizione ammessa pubblicamente della maternità, dalla quale sono bandite, quando non tacciate di indegnità, paure, mostruosità, angosce, ed anche rimpianti, soprattutto se, come la protagonista, si diventa madri a 19 anni.
Quanto c’è di autobiografico in questo, signora Albanese?
C’è molto di autobiografico: c’è la paura di essere giudicata dalla madre-terra, dal padre e dal popolo; c’è pure la voglia di gridare a tutti che essere madre è innanzitutto carne che si dilata, sangue e sofferenza, e certe volte, persino, “corpo che muore”.
Mi appartiene anche l’antico senso di colpa che ogni donna del sud, credo, si porta addosso come il peccato originale, sentendosi sempre colpevole a prescindere.
E’ significativa la scena in cui descrive la giovane madre che, ancora afflitta dal dolore del parto, bisognosa di restare sola con se stessa, si vede assediata da genitori, parenti, amici che, a un certo momento, applaudono quando porta il neonato al seno come un liberatorio segnale di accettazione della creatura. Parte di questo atteggiamento sociale lo imputi alla cultura atavica della tua terra, la Lucania. Puoi parlarne?
Questo è un atteggiamento profondamente radicato nei paesi del sud Italia, nella cultura contadina, fatta essenzialmente di poche parole e di molti gesti e prove di coraggio. Mia nonna, di cui parlo molto in ogni racconto, mi diceva che per essere definita una donna seria, ai suoi tempi, bisognava saper accudire i figli in solitudine, senza mai chiedere l’aiuto di nessuno, far da mangiare al marito, e rassettare la casa, avere insomma poche fantasie e molta forza di volontà.     
Sì, la nonna come la madre hanno un grande ruolo nei suoi racconti, però c’è anche il rapporto conflittuale con la figura del padre e con gli uomini amati, forse troppo, per non apparire a un certo momento, deludenti. Cosa risponde a riguardo?
In realtà credo di aver messo a nudo, mostrando uomini spesso in fin di vita oppure incapaci di prendere decisioni, e donne allo stesso modo impotenti e talvolta goffe, tutte le fragilità e le sofferenze della Madre-Donna e del Figlio-Uomo.
La protagonista ha fatto in modo che suo figlio nasca a Matera per dargli delle radici. In altri racconti si ritorna a Matera o a Stigliano per ritrovare momenti del proprio passato. Altrove però non mancano le critiche alla società lucana arretrata. Come risolve questo conflitto di amore e odio?
Non lo risolvo. Alla fine il passato è l’unica cosa a cui mi piace pensare. Vivendo una realtà sociale e morale fatta solo di apparenze e di finti gesti e infiniti “attacchi di gloria”, io mi aggrappo alla Lucania, alla mia terra, cercando di prenderne il meglio, ma sempre vivendola dal di fuori. Questa contraddizione non si risolve.  
E’ significativo che, arrivata a Roma, la protagonista di un altro racconto, si installi in un quartiere, “un punto, dove poter ricreare la dimensione del paese delle mie madri, dove sono cresciuta”. Però c’è anche la volontà di superare tutto ciò, per “non sentirmi straniera nella stessa mia patria”. Qual è l’aspirazione di Dora Albanese, lucana trapiantata a Roma?
Vorrei, come vorrebbe ogni emigrato (perché è così che mi sento) ritornare un giorno nella mia terra, anche se sono consapevole che niente sarebbe più uguale a prima, e che io non accetterei più determinate “logiche sociali”. Ecco perché preferisco ancora oggi la condizione di emigrata, almeno così posso scegliere io cosa mantenere e cosa cancellare delle abitudini della mia terra.
Esordire a 24 anni con una prova narrativa così riuscita, i precedenti di altre scrittrici materane come Mariolina Venezia e Stella Magni, o comunque lucane come Berarda Del vecchio, mostra una grande vitalità letteraria della regione, soprattutto da parte femminile. E’ solo una coincidenza?
Le autrici sopra citate sono donne che stimo molto. Credo che è giusto che oggi la donna lucana, e meridionale in generale, metta per iscritto il vasto e ricco patrimonio orale del Sud, specialmente quello femminile.
        Diego Zandel
Dora Albanese, Non dire madre, pag. 184, €. 12,00


Pubblicato su: LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO