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| AMERICA, PAESAGGI DELL'ANIMA DA UNA PERIFERIA |
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Elizabeth Strout, con il libro “Olive kitteridge”, edito in Italia da Fazi, è la vincitrice del Premio Pulitzer, il più alto riconoscimento letterario negli Stati Uniti, di quest’anno. Abbiamo intervistato la scrittrice, giunta nel nostro paese per partecipare alla manifestazione di Pordenonelegge e a Roma per parlare del suo libro, e non solo, alla Casa delle Letterature. “Olive Kitteridge” ha la forma di un libro di racconti, collegati tra loro dal personaggio che gli dà il titolo, un’insegnante di matematica in pensione, dal carattere tutt’altro che facile e moglie del farmacista di Crosby, una cittadina costiera nel Maine, che fa da sfondo a tutti i racconti e che ricorda molto quell’angolo di provincia, sempre del Maine, dal quale Elizabeth Strout proviene, anche se da anni ormai vive a New york. Signora Strout, nei suoi racconti i personaggi si alternano, ma non in tutti, tra l’altro, compare Olive Kitteridge. Da cosa nasce la sua scelta come peronaggio unificante? Mi sembrava un personaggio interessante. Quando mi è apparsa la prima volta, per altro in un testo breve, mi è piaciuta. E poi me ne sono affezionata e ho deciso di seguirla. Solo dopo mi sono resa conto di quanto fosse antipatica. Lei è il risultato, la sintesi, di tanti amici e parenti che ho conosciuto, ma poi è diventata un personaggio a sé. Ero affascinantissima dal fatto di capire perché si comportava in maniera indisponente. Mi è servita, così, per fare uno studio di questo personaggio che ho creato ma che non conoscevo. Gli Stati Uniti, a eccezione di un pugno di metropoli, è una grande provincia. Il suo Maine, più ancora la cittadina di Crosby, può essere simbolicamente rappresentativa di questa provincia o no? Entrambe le cose. Per certi versi il Maine è unico. E’ il luogo in cui sono sbarcati i primi coloni e questo è un motivo di orgoglio per tutti gli abitanti che, così, provano un forte attaccamento al loro territorio. Penso che ciò vale altrove, per altri posti dell’America. In questo senso il Maine, nei miei racconti, può diventare simbolico per tutti coloro che negli Stati Uniti vivono un forte radicamento con il territorio e grande spirito identitario. E non solo negli Stati Uniti. Il fatto che ora vive lontano dal Maine, per altro in una grande città come New York, le ha fatto cambiare visione della sua provincia, rispetto a quando ci viveva? Sicuramente è cambiata la maniera con cui guardo al Maine e al suo stile di vita. E’ normale cambiare la prospettiva quando si è lontani. A New York vivo molto diversamente rispetto al Maine, però ci vivo con una nostalgia perenne di esso, con l’animo e la mente che tornano sempre al luogo dal quale sono partita. In questo senso, sono grata a New York, che, per la sua diversità, ha reso più acute le mie riflessioni su quel mondo, la mia infanzia, in cui sono cresciuta. Eppure, a leggere i suoi racconti, non sembra una provincia troppo felice. Depressioni, suicidi, amori infelici, tradimenti… La provincia felice è solo un mito, in effetti non esiste? Le cose non sono sempre così drammatiche come nel mio libro. E’ chiaro che ho fatto delle scelte narrative. Credo che le delusioni esistono nella misura in cui tutte le cose realizzate siano considerate dei miti, se queste poi si scoprono non essere all’altezza del mito stesso. Può accadere con un luogo o con un buon rapporto con qualcuno, quando lo idealizziamo, magari da lontano. Ma la vita è sempre più complessa di come la pensiamo. Personalmente non credo che esista alcun paese, in America e nel mondo, che sia privo di sofferenza. Nel suo libro c’è anche molto paesaggio. Si respira il mare, la baia, le barche, la pesca. E’ solo uno scenario o qualcosa di più, un protagonista? E’ un personaggio a tutti gli effetti. Questa gente è vissuta tutta la vita nello stesso posto. Il posto è la loro vita. E’ come i mitili attaccati allo scoglio, per cui sono parte dello scoglio. Per me era importante far capire questo rapporto, inserendo le persone nel contesto. Quest’anno ha vinto il Pulitzer. Non le chiedo che cosa si prova, piuttosto: questa vittoria quanto ipoteca psicologicamente le prove future? Vincere il premio è stato fantastico, non c’è altro da dire. Per quanto riguarda il futuro spero naturalmente di non deludere nessuno, editori e lettori. Io però non ho mai voluto deludere nessuno, nemmeno in passato. Ho sempre voluto che i miei libri fossero al meglio. Certo, sono consapevole che dopo questo premio avrò gli occhi puntati su di me. Continuerò però a fare le cose sempre al meglio come ho sempre fatto. Diego Zandel Elizabeth Strout, Olive Kitteridge, Fazi, pag. 383, €. 18,59
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| Pubblicato su:
LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO |
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