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| LA LEGGE DEL BRANCO PER UNA VITA DI STRADA |
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Ben vengano gli inserimenti in premi come lo Strega, Il Campiello o il Viareggio di romanzi dalla forte connotazione di genere, in questo caso noir, come quelli di Massimo Lugli “L’istinto del lupo”, edito da Newton Compton. Contribuiscono a romperne la sacralità, anche se, contemporaneamente, considerando che allo Strega dell’anno scorso non passò tra i finalisti il più raffinato romanzo di Mario Lunetta – e quindi più da Strega – “La notte gioca a dadi”, pur edito sempre da Newton Compton, c’è da porsi delle domande sulla identità dei singoli premi. Con lo stesso criterio che ha portato Lugli allo Strega, a suo tempo Einaudi Stile Libero avrebbe potuto benissimo far gareggiare “Romanzo criminale” di Giancarlo De Cataldo o e/o “Arrivederci amore, ciao” di Massimo Carlotto, per dire di due opere tra le più significative della narrativa italiana degli ultimi anni, indipendentemente dalla categoria di appartenenza. Si premi il libro, se lo merita. E il libro di Lugli, lo merita. Anzi, delle tre parti formali in cui è strutturato la storia, la prima, relativa alla condizione famigliare, scolastica, amicale, sentimentale, di Lapo Sgarati, che avrebbe portato alla formazione di quella personalità che lo avrebbe fatto diventare il Lupo del romanzo, potrebbe benissimo appartenere anche a un libro non di genere, che semplicemente racconta la storia di un adolescente solitario, inserito in una famiglia in cui i genitori non comunicano o litigano, con tutte la sofferenza che ciò rappresenta per un figlio. Sono sopratutto la seconda e la terza parte della storia, anche se il romanzo è formalmente strutturato in due parti, che ne fanno un noir. Nella seconda parte, infatti, assistiamo praticamente all’abbandono, anche se temporaneo, di Lapo della casa dei genitori per legarsi a un vecchio vagabondo dall’aria da santone, Tamoa, che vive di espedienti e sulla strada in compagnia di due cani, Daruma e Yussuf. Tamoa è un autentico personaggio, dispensatore di una saggezza acquisita nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, che non è solo trovare un riparo e da mangiare, ma anche scontro fisico con quanti, sulla strada, poveracci, tossicomani, traffichini, delinquenti, spacciatori, si contendono il diritto a esistere, prima di qualsiasi cosa. Perché non ci vuole nulla, e a nessuno importa la tua fine, a morire per inedia, per un cartone di vino o una coltellata. Lapo, figlio di professionisti, benestante, delicato, gentile, che vive in una casa con tanto di servitore, arriva a Tamoa per caso, diventandone amico, dopo che lo abbiamo visto livido nei confronti dei genitori e della falsità di rapporti in cui è inserito e vittima, nella sua scuola per bene, di tre o quattro bulli, che gli fregano la merenda e lo picchiano di nascosto. Un giorno in cui Lapo se la stava vedendo brutta con un altro barbone, Tamoa lo salva dando mostra di un’abilità di lottatore che suscita l’ammirazione del ragazzo. Il quale subito propone all’uomo di insegnargli i segreti di quella lotta. Così sarà. E tutta la seconda parte rappresenterà la formazione di Lapo, da signorino ad autentico combattente, spietato com’è la gente che vive in strada, riuscendo così a dare, alla fine, soddisfazione a tutte le sue precedenti umiliazioni. D’allora non sarà più Lapo, ma Lupo. Tanto, dopo altri traumatici episodi e scontri fisici nel corso dei quali si troverà a fianco di Tamoa, da abbandonare tutto e tutti per stare con l’uomo che, nella latitanza del vero padre, sentirà come un nuovo, più affidabile padre. In questo ritratto della vita di strada che connota la seconda parte (ma sarà così anche per la terza) c’è tutta la profonda conoscenza che Massimo Lugli, grande cronista di nera prima di “Paese sera” e oggi di “Repubblica” ha acquisito negli anni. Dal racconto che ne fa si potrebbero trarre delle regole per come vivere in strada, sopravvivere, lottare a fronte di un portato di miseria che, tranne poche eccezioni, è anche miseria umana, sulla quale il razzismo, la mentalità fascista, la legge del più forte, ha fertile terreno. La terza parte rappresenta la vendetta. Qualcuno ha ucciso in maniera orribile Tamoa e uno dei suoi cani. Lupo e l’altro cane cercherà il modo per fare vendetta, con tutta la spietatezza che Tamoa e la strada gli ha insegnato. Si troverà, per questo, accanto alla donna, una prostituta, Parvati, più grande di lui, già segnata dalla canizie, che, Tamoa ancora vivo, lo aveva introdotto al sesso e ai suoi misteri. Sarà grazie a lei che troverà i colpevoli della morte dell’uomo che ormai considera suo padre, dando soddisfazione a quella sete di sangue che giustifica il suo nome. Diego Zandel Massimo Lugli, L’istinto del lupo, Newton Compton Editori, pag. 334, €. 9,90
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| Pubblicato su:
LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO |
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