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Articolo del: 23/06/2009
MARKARIS: "LA POLIZIA MI AIUTA NELLE MIE INDAGINI DI CARTA"
“Io sono un tipo molto particolare. Ad esempio, non posso unire il senso della patria con nulla. Per me, se c’è una patria, questa è la città in cui sono nato. Ed è Costantinopoli, la Polis, Istanbul, chiamatela come volete. Per me la Grecia è solo la patria linguistica, la patria che uso per scrivere. Per il resto, tutte le mie conoscenze provengono dalla cultura tedesca e mitteleuropea, per aver studiato ed essere vissuto, dal ginnasio in poi in Austria. Lo so, i miei colleghi greci hanno difficoltà a capirlo. Ma è questo distacco di osservatore esterno che mi ha fatto diventare un eroe della piccola borghesia greca. Se mi fossi totalmente identificato con la Grecia non lo sarei stato”.
A parlare è Petros Markaris, lo scrittore noto per i suoi romanzi con protagonista il commissario della questura di Atene Kostas Charitos, giunto a Roma per partecipare, in una serata insieme a John Grisham al Festival Internazionale “Letterature”. Siamo andati a trovarlo prima della sua performance sul palco, in cui avrebbe letto un testo inedito sul tema della luna. “Per una volta, niente delitti”, sorride.
Signor Markaris, come mai è vissuto ed ha studiato per così tanti anni in Austria?
“E’ una storia lunga. Mio padre, che aveva una piccola azienda, ha commesso due sbagli. Il primo, quello di ritenere che avrei preso le redini dell’azienda, il secondo,  di pensare che il tedesco sarebbe diventata una lingua mondiale. Questo negli anni Cinquanta, con l’industria tedesca che tirava, non era proprio un’idea campata in aria. S’è visto poi che mio padre sbagliava.  Però io ho imparato il tedesco. Non ho preso le redini dell’azienda di famiglia però ho realizzato il suo sogno di vivere in Europa. Si consideri che noi venivamo da Istanbul.”
E Istanbul è la protagonista del suo ultimo romanzo “La balia”, edito in Italia da Bompiani.
“Sì” dice Markaris “La grande differenza di questo libro rispetto ai precedenti che ho scritto è proprio il fatto che si svolge a Istanbul. Si tratta di un’opera che ha avuto un parto difficile. Ci pensavo continuamente, senza avere il coraggio di cominciarlo. Il motivo di ciò è, come ho detto, che io mi sento molto legato a questa città. La mia intenzione era quella di parlare, in questo romanzo, di tutto ciò che è successo a Costantinopoli, qualcosa che mi ha toccato profondamente, me e la mia famiglia. Temevo così di perdere il controllo del mio materiale letterario. Con Atene è diverso, lì io sono uno scrittore osservatore e chi legge i miei libri sa che vede la città attraverso gli occhi di un osservatore. Per Costantinopoli le implicazioni erano troppo personali. Alla fine mi sono detto: o scrivi questo romanzo adesso o non lo scriverai mai più. Mi ha salvato il personaggio di Maria, la balia. Attraverso questa donna ho tirato le somme di come ho vissuto la storia di questa città e di come l’ha vissuta la mia famiglia”.
Maria è un personaggio di fantasia, una sua proiezione?
“No, è esistita davvero. Quando è entrata in casa per allattare me, mia sorella aveva se i anni, s’era legata tantissimo a Maria, lo è stata per tutta la vita. La sua storia è quella che ho raccontato, ci sono dentro io e mia sorella. Quando mia sorella ha preso il romanzo in mano le ho detto di non leggerlo di notte. Invece, alle nove del mattino dopo, mentre leggevo i quotidiani – comincio così le mie giornate – mi ha chiamato al telefono e sento mia sorella dirmi: ‘Bestia, in che storia mia hai messo’?
Come mai sente la necessità di raccontare la sua realtà attraverso il giallo?
Io, come lettore, ho sempre amato il giallo, però non m’era mai venuta l’idea di scriverne. Poi c’è stato un momento che io chiamo di ‘attacco sintonizzato’. Avevo fatto per la tv greca le sceneggiature di due gialli, uno di questi fu una serie di grande successo, basata su fatti reali, che andò avanti per tre anni di seguito. Nello stesso momento la presenza di Charitos si fece sempre più insistente dentro di me, tanto che, come si dice dalle mie parti, non è stato possibile sfuggire.
La polizia in Grecia non gode di molte simpatie, forse è un retaggio dei tempi della dittatura dei colonnelli. Lei sembra andare contromano, presentando un poliziotto umano, simpatico, democratico…
Sì, ho moltissimi amici poliziotti. Quello che non capiscono i greci è che i poliziotti, pur sapendo che io appartengo alla sinistra, mi vogliono bene, escono con me. Quello che ha creato danno alla Grecia non c’è più. I poliziotti sono pronti ad aiutarmi, a darmi tutti i consigli per le mie indagini di carta. L’ho anche chiesto al questore di Atene, che è mio amico, che nel romanzo si chiama Ghikas, ma il suo vero nome è Lambros Papas, perché avete tutta questa voglia di aiutarmi? E lui mi ha risposto: perché sei l’unico che dice una parola buona per la polizia.
Charitos ha anche un amico comunista, Zissis, che talvolta lo aiuta nelle indagini…
Questa è una storia vera. Durante la dittatura dei colonnelli c’era un poliziotto di guardia al famigerato luogo di tortura degli oppositori, in via Boboulinas. A lui toccava spesso i turni di notte e, con grande coraggio, rischiando tantissimo se veniva scoperto, faceva uscire i prigionieri dalle celle, dava loro da fumare e, sapendo che venivano torturati calandoli nell’acqua ghiacciata, li faceva riscaldare vicino ai termosifoni. Io ho voluto che Charitos, quand’era un giovane poliziotto, si identificasse con quello vero, fosse stato lui a compiere quei gesti da autentico eroe, e che da lì nascesse quella amicizia perenne col comunista.
Ultima domanda. In un suo romanzo un personaggio critica il fatto che ad alternarsi al potere in grecia siano sempre due famiglie, i Karamanlis e i Papandreu. Condivide?
Certamente. La Grecia è una repubblica parlamentare che viene governata con una struttura monarchica da tre famiglie, non da due. Aggiungo i Mitsokakis.
        Diego Zandel


Pubblicato su: IL PICCOLO