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I miei articoli
Articolo del: 15/03/2009
SULLA MIA AFRICA IL SOL DELL?AVVENTURA NON TRAMONTA MAI
Ne “Il destino del cacciatore”, l’ultimo romanzo di Wilbur Smith, edito in Italia da Longanesi, s’intrecciano mirabilmente, sullo sfondo del Kenia, alla vigilia della prima guerra mondiale, storia, avventura, spionaggio, amore, i tipici ingredienti del romanzo di successo.
Mr Wilbur Smith, perché lei ha più successo degli altri? Ha una formula segreta?
E’ una domanda alla quale, per me, è impossibile rispondere. Forse ho un certo tocco che piace ai lettori di ogni età e categoria, così il modo di vedere il mondo, di reinventarlo nei miei romanzi. In questi giorni qui in Italia ho incontrato nelle librerie in cui sono stato per firmare le copie del libro centinaia di persone e i più giovani mi hanno raccontato di avermi conosciuto attraverso il padre o la madre, il che mi ha fatto sentire importante per la loro famiglia.
“Il destino del cacciatore” è ambientato nel 1913, in un’Africa ancora selvaggia, nel senso migliore del termine, frequentata da ricchi europei dalla mentalità colonialista. Quanto resta oggi di quell’Africa e, in lei, c’è nostalgia di quei tempi?
La risposta breve sarebbe che è rimasto poco o niente di quell’Africa. Ci sono ancora alcune influenze, come lo stato di diritto, un’impostazione democratica con il suffragio universale... Poi, però è arrivata la vecchia Africa. Abbiamo politici eletti che diventano tiranni, come Mugabe. D’allora la popolazione bianca è diminuita. I bianchi stanno invecchiando, i giovani diminuiscono, anche perché non ci sono meccanismi che favoriscano l’istruzione o l’ingresso stesso all’università, così se ne vanno in Australia e in Nuova Zelanda. Più di quella di oggi, i miei libri celebrano un’epoca ben precisa della storia dell’Africa meridionale dall’arrivo degli europei a quando se ne sono andati.
Anche in questo romanzo c’è molta simpatia, quasi una fratellanza, per i Masai. Nasce da sue esperienze personali in mezzo a loro?
Sì, sia io che mio padre e i miei zii abbiamo avuto rapporti molto stretti con gli africani che lavoravano nella mia famiglia, fino a diventare, si può dire, membri di essa. Ogni anno tornavano nei loro villaggi, ci portavano i loro bambini, si interessavano a noi bambini. Appartenevano alla tribù dei Matabele e degli Shona. Con loro è nato un rapporto speciale. Naturalmente, più in generale ci sono state rivolte e scontri tra colonizzatori e tribù, ma si spegnevano presto e lo stile di vita coloniale si ristabiliva. In questo romanzo parlo dei Masai per via dell’ambientazione della storia. Ho scelto il Kenia perché qui si sono combattute importanti battaglie per l’Africa Orientale.
L’elemento storico è dato dalla preparazione alla prima guerra mondiale e dall’apparizione del presidente americano Theodore Roosvelt, presente alle battute di caccia con il protagonista Leon Courtney. Quanto c’è di vero?
Tutto ciò che riguarda i personaggi storici che cito è vero al 90 per cento. Ad esempio, Von Lettow-Vorbeck era davvero il comandante in capo nell’Africa Orientale, uno capace, che non si arrendeva mai, fino all’armistizio, un guerriero. E aveva al suo fianco gli ascari fedeli alla Germania, così come li avevano gli inglesi. Un altro elemento fedele alla verità è quello del dirigibile... Quindi storia e invenzione sono intrecciati. Quanto al presidente Roosvelt è effettivamente venuto in Africa per un safari, ci è stato più di un anno, con grande dispendio di personale e risorse. Un periodo di storia dell’Africa, quello, per me molto affascinante e interessante.
Il suo grande successo è cominciato con “Come il mare” e “Il destino del leone”. Parliamo degli anni settanta. Cos’ha imparato d’allora, quali errori, se c’erano, non farà più?
Prima di quei due romanzi c’era un altro libro che avevo spedito ai maggiori 12 editori che me l’hanno tutti respinto. All’epoca per me è stata una tragedia, ma è stato utile quel rifiuto, perché c’erano errori madornali anche se c’era qualche scintilla di buono. D’allora ho imparato a non scrivere più per aspettarmi un’ipotetica ammirazione da parte del pubblico, ma per me stesso, manipolando i personaggi in un modo che a me piace. Altri errori erano i grandi passaggi descrittivi di paesaggi africani, che io amo tanto, ma che prendevano troppe pagine. Oggi ho imparato a usare poche parole efficaci piuttosto che descrivere ogni granello di sabbia.
Lei è al quarto matrimonio, il che, con le separazioni, significa distrazione dal lavoro. Quanto incidono questa fattori sulla sua creatività?
Direi che è tutto materiale che si aggiunge. Comunque, il mio atteggiamento nei confronti della vita, rispetto a quando ero giovane, è cambiato. In modo sottile, un po’ alla volta, ma con risultati radicali. Non sono la stessa persona che ha scritto Il destino del leone. Come una nave che solca i mari, la mia percezione di ciò che è importante nella vita è cambiata. Oggi credo che poche cose contano davvero e quasi nulla conta davvero tanto.
        Diego Zandel
Wilbur Smith, Il destino del cacciatore, Longanesi, pag. 501, €. 19,60


Pubblicato su: LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO