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Articolo del: 22/01/2009
GIOVANI, LIBERALI E ASSASSINI
Un movimento di estrema destra, raccolto dietro la sigla di Nuovi Giovani Liberali, si riunisce in un albergo nei pressi di Orveix, sulle montagne dell’Ariège, in Francia, per un seminario a cui sono state invitate altre organizzazioni del genere provenienti da ogni parte del mondo. L’evento suscita le proteste della popolazione, guidata dal sindaco socialista, ma sopratutto di un gruppo di giovani di sinistra, tra i quali l’anarchico Pujol-Arnaud che poco dopo verrà trovato morto, all’entrata di una miniera abbandonata, apparentemente dilaniato dagli artigli di un orso. Dell’accidente è poco convinto uno scrittore che vive a Orveix e che decide di dare avvio a sue personali indagini, le quali, se troveranno la solidarietà del sindaco, incontreranno l’ostilità della polizia. E’ l’incipit del romanzo “La belva” di René-Victor Pilhes, uno scrittore, conosciuto per le sue posizioni pubbliche di sinistra in Francia, e di cui in Italia sono stati pubblicati i romanzi “Il rabarbaro”, del 1965, edito da Bompiani, e “L’imprecatore”, Prix Fémina 1974, edito da Mondadori.
Il romanzo ha la struttura del giallo, ma essenzialmente, è un romanzo di idee, perché mette a confronto due visioni del mondo che, al di là dei legami che il testo, pubblicato in Francia nel 1976, ha con l’attualità dell’epoca, resta non solo tuttora valida, ma spiega molte delle cose accadute in questo ultimo scorcio del 2008 con la crisi delle borse (e ciò spiega anche la pubblicazione adesso di un libro del genere finora inedito in Italia).
Accade così, ad esempio, che, di fronte al sindaco un po’ confuso dagli eventi, l’io narrante – dietro il quale potrebbe celarsi lo stesso René-Victor Pilhes - gli spieghi come i gruppi di potere dei paesi industrializzati si muovono solo con lo scopo di “preservare gli interessi e le ricchezze dei gruppi o dei privati che temono di venire spogliati, un giorno, dei loro beni e del loro potere”, per cui la loro unica preoccupazione non è servire gli interessi della popolazione, bensì quello di aumentare il capitale, raddoppiarlo, triplicarlo, giocando sui falsi bisogni, tutti indotti dalla pubblicità e da una malintesa libertà. In realtà, la gente “non ha bisogno di cambiare così frequentemente il frigorifero o la macchina, potrebbe benissimo vivere con un terzo delle attuali marche di detersivi o di cosmetici”, ha invece bisogno di cose più essenziali “ospedali, infermiere, più alloggi a prezzi accessibili”. Naturalmente, c’è chi cade nella trappola, ma ci sono anche cittadini che “sembrano essersi accorti che, dietro le apparenze del benessere, esiste un gran numero di poveri, che abbondano le ingiustizie, che lo spreco e la corruzione raggiungono proporzioni allarmanti” e quindi “non ne possono più, pensano che il controllo economico del pianeta debba venire sottratto ai monopoli, alle holding multinazionali, alle banche, alle grandi potenze militari”. Affinché ciò non accada, spiega ancora il protagonista, due sono le opzioni politiche del grande capitale: o un lampo omicida dovuto all’istinto di sopravvivenza del liberismo, che “difenderà la sua supremazia come farebbe una bestia ferita”, di cui sono espressione i giovani di destra riuniti nell’Ariége, o “promuovere una socialdemocrazia, cioè un’opposizione che amministri correttamente e che respinga ogni sorta di ispirazione marxista” di cui è espressione il sindaco socialista. La terza opzione è naturalmente quella proposta dallo scrittore che, nella sua indagine sulla morte del giovane Pujol-Arnaud, difende le ragioni della rivolta di quest’ultimo e dei suoi compagni, perché non solo “il capitalismo di fine secolo non ha alcuna soluzione di rinnovamento, dimostra che è votato a perpetuare il sistema costruito nel dopoguerra” ma anche che “per salvare il salvabile non esiteranno a trasgredire le leggi della Repubblica”.
Questo di René-Victor Pilhes, se pensiamo all’anno in cui è stato scritto, sembra un romanzo profetico. Naturalmente, la morte di Pujol-Arnaud è simbolica, tanto più che riserva una sorpresa terribile nel finale quando il giovane, definito una “bestia”, perché estremista di sinistra, dai congressisti, questi ultimi riveleranno la loro vera natura manifestando agli occhi del lettore chi in realtà è la vera bestia e le ragioni di quel suo corpo umiliato in nome “dei giovani cittadini sostenitori della libertà e, in particolare, della libertà di pensiero”.  
        Diego Zandel
René-Victor Pilhes, La belva, Barbes editore, pag. 175, €. 12,00


Pubblicato su: LA RINASCITA DELLA SINISTRA