Raffaele Crovi è scomparso nel settembre del 2007. Accanto alla intensa attività di editore, iniziata da giovanissimo, al fianco di un maestro come Elio Vittorini, è stato poeta e narratore in proprio. In quest’ultima veste, sono state due le direttrici sulle quali principalmente si è mosso: una milanese, con romanzi di varia natura, dal giallo alla critica del potere in dimensioni ora metafisiche ora da pamphlet, perché Milano era la città dove viveva e lavorava; e una appenninica, molto legata alla sua autobiografia, perché l’Appennino emiliano era il luogo d’origine della sua famiglia. E proprio in riferimento a quest’ultimo aspetto gli Oscar Mondadori hanno mandato in libreria un volume rilegato che raccoglie i romanzi e i racconti che lo riguardano sotto il titolo complessivo di “Storie dell’Appennino”, a cura di Alberto Bertoni, che firma anche l’introduzione, e Jonathan Sisco, che ha provveduto alle note. I romanzi sono quattro “Le parole del padre”, “La valle dei cavalieri”, “Appennino” e il più recente (del 2006) “Cameo”.
Con “Le parole del padre” siamo all’autobiografia esplicita. L’io narrante è lo stesso Crovi, che racconta della sua famiglia di venditori ambulanti, in giro per i paesi, con uno sguardo particolare rivolto al padre, estroverso – come sarebbe stato lo stesso Raffaele – fumatore incallito, tanto da non smettere neppure dopo un cancro alle corde vocali, e così il resto della sua famiglia, la madre, i fratelli morti tanto prematuramente da crescere come figlio unico. E’ un Crovi bambino e precoce, amante della lettura e avezzo alla vita di campagna, quello che emerge e, poi, l’allievo del collegio Augustinianum di Milano, che sarebbe stato decisivo, per la frequentazione di gran parte di quella che sarebbe stata la classe dirigente del secondo novecento (Ciriaco De Mita, Riccardo Misasi, Ruggero Orfei, Paolo Prodi, Nino Andreatta ecc.) per la rete di relazioni culturali, politiche e sociali, in cui lo scrittore si sarebbe trovato inserito. Anche se tutto è da ascriversi alle grandi doti personali e al senso di rischio proprio di Crovi che si esponeva, armato solo di intelligenza e delle sue passioni, privo ancora di qualsiasi esperienza, in lavori che lo avrebbero visto, oltre che collaboratore di Vittorini nella cura della famosa collana einaudiana “I gettoni”, poi vicedirettore editoriale della Mondadori (il direttore era Alberto Mondadori), quindi produttore televisivo dopo una prova di esame in cui i concorrenti erano gente come Furio Colombo, Umberto Eco, Carla Fracci. Ci sono a riguardo aneddoti divertenti, uno dei quali legato all’abitudine di Crovi a girare con sorpassati pantaloni alla zuava. In questo contesto professionale, la trama di vita non perde comunque mai di vista la famiglia, alla quale poi a un certo momento si aggiungerà la moglie Luisa. Non a caso, il libro si conclude con la morte del padre, tanto presente anche dopo nella voce della madre e della moglie, entrambe con l’abitudine di ricordarne la figura attraverso l’incipit: “Come diceva tuo padre”...
“La valle dei cavalieri” è stato invece il libro forse più importante di Crovi, frutto di cinque versioni in dieci anni, vincitore nel 1993 di un contestatissimo Supercampiello, dove qualcuno non voleva che lo scrittore partecipasse in quanto, altrove, editore. Il libro invece riuscì a imporsi per la sua forza di romanzo storico che, protagonista un nonagenario, Lino Lodi, racconta – avendo come esempio “Confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo - eventi che vanno dalla sconfitta di Dogali alla seconda guerra mondiale, dalla Resistenza ai 30 anni di potere democristiano, attraverso il filtro periferico della cosiddetta Valle dei Cavalieri, ovvero quella parte dell’Appennino che da Castelnuovo Monti degrada fino a Reggio Emilia (tra l’altro, città natale di Crovi).
“Appennino” e “Cameo” sono due romanzi fortemente autobiografici, solo che, a differenza di “Le parole del padre”, l’io narrante è affidato a personaggi di invenzione. Il legame con la terra natìa, addirittura con il paese della famiglia, Cola, dove Crovi trascorreva le vacanze estive, si fa forte e non è un caso che siano usciti negli ultimi anni vita dello scrittore. Così come, non è un caso che, con i ricordi, traspaia tra le pagine del libro una sorta di bilancio morale, quasi presentisse la fine, lui che tuttavia era ancora relativamente giovane: è morto infatti a 73 anni. Come ricorda Alberto Bertoni nella introduzione, Crovi aveva ben spiegato il progetto che sottostava ai due libri: “Ma scrivo anche con compiacimento, anzi con orgoglio, perché raccontando le storie dei miei famigliari e dei miei amici ho l’impressione di far loro vivere una doppia vita”. E, questo, in quel momento, non poteva non valere anche per lui.
Diego Zandel
Raffaele Crovi, Storie dell’Appennino, Oscar Mondadori, pag. 776, €. 16,00