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| SETTE FRATELLI PER UNA SOLA DISPERAZIONE |
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Il suicidio del fratello, il suo corpo ritrovato nel mare di Brighton, a sud di Londra, con le tasche del giaccone colorato piene di pietre, è il motivo scatenante dei ricordi di Veronica Hegarty, che danno vita a una narrazione sofferta e intensa, ricca di richiami famigliari ma anche sociali e di costume di una Irlanda ottusa e beghina che non c’è più, nel romanzo “La veglia” di Anne Enright, vincitore del Man Booker Prize 2007 ed edita in Italia da Bompiani. Di sette fratelli che erano, Liam, nato undici mesi prima, era quello più amato, con il quale, nell’Irlanda degli anni sessanta e settanta, Veronica aveva più condiviso un’infanzia e un’adolescenza che avrebbero potuto essere considerate normali se non fossero state incupite da un cattolicesimo severo che imponeva codici di comportamento tali da rendere proibite, peccaminose, fino a reazioni di autentica violenza, le espressioni più naturali della vita, a cominciare da quella del sesso. Sullo sfondo, un madre continuamente incinta (11 volte, 5 le gravidanze non riuscite a portare a termine) e piuttosto assente, che si tiene su a farmaci; un padre manesco, che rilascia sberle a raffica invece di rispondere a domande che giudica impertinenti e che sarebbe morto d’infarto nel corso degli anni ottanta, senza conoscere quello che avrebbe giudicato uno scandalo: l’esposizione in vendita di preservativi accanto alla cassa delle farmacie o dei supermercati; per tutti, comunque, l’obbligo della messa, ogni domenica, per 14 anni di fila, fino alla ribellione; e poi una nonna piuttosto giovanile la cui vita divisa tra due uomini, di cui uno sospetto amante, la fa ritenere una prostituta e, vista anche la sua amicizia con Frank Duff, l’uomo che nel 1925, salvava le prostitute dai marciapiedi, forse, prima, proprio una di queste. Un dubbio che arrovellava la mente di Veronica, ancora da ragazza ai suoi primi amori e che accompagnerà con fantasie sessuali che vedranno protagonista quella nonna da giovane. E’ durante il viaggio da Cork a Brighton, per riportare il fratello in patria, che Veronica vede dipanarsi tutta la sua vita, compresa quella attuale, infelice per un matrimonio che si nutre ormai di incomprensioni, al punto da non desiderare più il marito e sottrarsi ai doveri sessuali, tanto da non voler neppure più dormire con lui. E sì che, subito dopo la nascita delle figlie, ancora piccole, il sogno della nuova famiglia era tale da convincerla a lasciare il lavoro. Solo che da casalinga si scopre schiava di una condizione che le impone di preoccuparsi di ogni dettaglio della casa, dall’accompagnare le figlie a scuola la mattina alle pulizie, dalla cucina a tutte le altre incombenze, mentre il marito sembra trovare fuori casa le sue soddisfazioni, forse anche quelle sessuali. Veronica si rende conto della non necessità del suo sacrificarsi proprio quando è costretta ad allontanarsi da casa per andare a recuperare il corpo del fratello e scoprire, in quel frangente, che “tuo marito è perfettamente in grado di far mangiare le figlie, di usare il nuovo forno, di trovare le salsicce nel frigo. E la sua riunione così importante non era affatto importante. Le bambine verranno regolarmente prese all’uscita da scuola, e la mattina verranno puntualmente riaccompagnate” e così via, prendendo improvvisamente coscienza che “le cose che fai sono quasi tutte stupide, proprio stupide; le cose che fai sono perlopiù lamentarti e recriminare e affannarti per gente troppo pigra persino per volerti bene...”. Sono soltanto alcune delle riflessioni che Veronica, nel fare i conti con tutta la sua vita, così intensamente divisa nella prima parte con il fratello suicida, vanno a costituire la lunga veglia del titolo, veglia a un morto che, seppur alcolizzato, ha preparato con cura il suo suicidio (anche se restano un po’ nell’ombra i motivi profondi di quel gesto estremo, del quale anche l’alcolismo non è una causa, ma sempre l’effetto di qualcos’altro). Il senso della veglia comunque va a costituire così, a poco a poco, un tentativo di liberazione che non sarà soltanto quello da un passato del quale salvare esclusivamente quello straordinario rapporto col fratello (“Siamo usciti a ruota, uno dopo l’altro, veloci come un’ammucchiata, veloci come un tradimento. Certe volte penso che li dentro dobbiamo esserci accavallati, e che lui sia uscito prima solo per aspettarmi fuori”), ma anche da un presente che riconcili Veronica con il mondo, con il marito, con le figlie, perchè quella vita, magari rinnovata, quei suoi cari, sono le uniche cose che gli sono rimaste. Perchè non c’è nulla come la morte di una persona amata, una volta che non c’è più, a dare valore a tutto ciò che ancora ti resta.
Diego Zandel
Anne Enright, La veglia, Bompiani, pag. 289, €. 18,00
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| Pubblicato su:
LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO |
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