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Articolo del: 13/12/2008
DECADENTE, quasi poetica la cavalcata dell'ufficiale SS
Il lavoro di Ben Pastor, scrittrice italo americana di lingua inglese ma di grande padronanza linguistica italiana per essere romana di famiglia, nascita e studi, si svolge su due direttrici, anche se sempre nell’ambito del giallo storico: la serie di romanzi che hanno per protagonista l’ufficiale della Wehrmacht Martin Bora e che si dipana nel decennio che va dalla guerra civile in Spagna nel 1936 alla fine della seconda guerra mondiale, e la serie antico romana che ha per protagonista Elio Sparziano, anche lui soldato, comandante di un reggimento dell’Impero romano. Entrambi, in contesti estremamente diversi, indagano su delitti che hanno risvolti anomali, pericolosi, densi di significati legati al periodo storico in cui vengono commessi. Di più, i libri di questa scrittrice nulla concedono ai facili effetti, scritti come sono al bulino, con una attenzione spasmodica alla pagina misurata ed efficace nelle descrizioni e nei dialoghi, ricca di implicazioni letterarie, morali, filosofiche, da impreziosire la lettura, al punto da far apparire limitante la sua appartenenza al genere. E, comunque, se vi deve appartenere, è la maggiore perché quella di Ben Pastor è letteratura.
Per rendersene conto basta leggere il suo ultimo libro “La morte il diavolo e Martin Bora”, edito da Hobby&Work, che, insieme a una prima parte dedicata ad alcuni episodi relativi alla figura dell’ufficiale tedesco, colto su vari fronti della guerra, raccoglie altri racconti di natura storica che si muovono attraverso diversi teatri ed epoche. Si va dalla Milano secentesca, con riferimenti alla peste di manzoniana memoria, conventi e soldataglia spagnola, alle trincee della prima guerra mondiale, dall’avventura garibaldina a una Grecia moderna ma ancora venata di sapori arcaici, fino alla Spagna della guerra civile, con l’affascinante personaggio della sensuale Remedios già apparsa nel romanzo “La canzone del cavaliere”.
Quest’ultimo libro, in sostanza, è una summa delle capacità poliedriche di Ben Pastor applicate al genere giallo storico. Quello che più risalta in questi testi è proprio l’approccio dell’autrice alla scrittura: è talmente densa, curata nei dettagli, da non dare l’idea, quando si comincia a leggere, di trovarci davanti a un racconto, ma a un vasto romanzo. E quando il racconto si chiude, di conseguenza, non resta l’impressione di trovarci di fronte a qualcosa di limitato che delude le aspettative: il controllo sulla materia, insomma, è totale.
Un’altra caratteristica è la grande pregnanza intellettuale che investe la trama del libro nella sua pur varia articolazione. In quest’ultimo, in particolare, già il titolo richiama quella pietra miliare della critica italiana rappresentato da “La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica” di Mario Praz. Non è casuale che Ben Pastor, al di là del titolo, se ne sia in qualche modo appropriata, perché l’elemento culturale – e l’accezione romantica ed anche decadente investigata dal Praz – è la chiave di interpretazione del mondo da parte di Ben Pastor.
Forse che Martin Bora, nella sua divisa di ufficiale tedesco, prossimo alle SS naziste, pur con tutti i distinguo della sua natura nobile e un po’ snob, non appartiene a quella “poetica” decadentista, tema del libro di Praz? E così, più o meno, tutti gli altri protagonisti dei racconti che compongono “La morte il diavolo e Martin Bora”. Anzi, questa di Ben Pastor ha quasi il sapore di una sfida: sottoporre il mystery, con i suoi delitti ben incastonati nella storia, al vaglio di una cultura che, persa ogni connotazione spregiativa, ha inteso coniugare un ideale, magari estenuato, di bellezza con l’inferno. Il prototipo in questo libro, oltre Martin Bora, è rappresentato dalla protagonista del racconto omonimo “Kiria Andreu”, una donna greca bellissima e altera, “strana” (come del resto la già citata Remedios) rimasta vedova ben presto che, durante la guerra, aveva ucciso un soldato tedesco con un forcone. A seguirla con gli occhi di un’esteta è un giovane archeologo straniero, venuto sul luogo per trascrivere vecchie lapidi, e che ne vuole penetrare il mistero, la solitudine, che concili quella bellezza con una morte così feroce. C’è molto di Kazantzakis qui, di “Zorba il greco”, il rapporto tra vedova e archeologo è analogo a quello che c’è tra la vedova di quel romanzo, che poi verrà lapidata, e lo scrittore che narra, ma Ben Pastor dà al suo racconto una valenza che rientra in canoni che le sono propri e che siamo andati a scoprire.
        Diego Zandel
Ben Pastor, La morte il diavolo e Martin Bora, Hobby&Work, pag. 287, €. 18,00         
    


Pubblicato su: LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO