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| ANCHE CON LA PACE INTERIORE SI PUO' FARE UNA RIVOLUZIONE |
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Alan Clements ha lo stile di uno di quei cantanti rock ormai invecchiati ma sempre sulla breccia. Alto, dinoccolato, capelli lunghi, bluejeans e maglietta. Figlio dei fiori, negli sessanta andò in Birmania, per chiudersi in un monastero buddista. Ci restò per 7 anni, con ritorni continui. E’ autore di libri sulla pace interiore, ma non è staccato dal mondo. Anzi. Ha appena pubblicato, in Italia per i tipi della Corbaccio, un libro intervista al premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi “La mia Birmania”, testimonianza politica e ritratto di una donna che si batte per i diritti umani del suo Paese dove vive da molti anni agli arresti domiciliari. Alan Clements, oltre alla figura di San Suu Kyi, cosa altro si propone con questo suo libro? Mi propongo di dire al mondo due cose. La prima: che dopo sei anni di carcere ed ora agli arresti domiciliari e i suoi compagni ancora in carcere, nulla è cambiato in Birmania, il suo popolo è ancora prigioniero in patria. La seconda: di voler dividere col mondo intero questa lotta per la libertà e la democrazia. Una lotta questa che non interessa solo la Birmania: nel mondo ci sono tanti altri fronti sui quali dimostrare il nostro impegno. Per quel che mi riguarda, la Birmania è la mia patria spirituale. Sono stato lì monaco buddista per tanti anni e come figlio fedele alla sua famiglia ho risposto alla sua richiesta di aiuto. Naturalmente, si tratta di dare a questa motivazione un significato più ampio. Cosa differenzia San Suu Kyi rispetto ad altri leader che si battono per la libertà e la democrazia del proprio popolo? I valori da lei sostenuti: l’importanza della non violenza come metodo politico. La pace non implica assenza di conflitto, ma assenza di violenza. Affinché la non violenza sia efficace è importante distinguere i concetti di conflitto e violenza. E’ questo che può insegnare San Suu Kyi agli altri leader politici? Il mondo di oggi è intriso di violenza culturale e anche i leader mondiali sono complici di questa violenza radicata. Per questo è difficile apprezzare voci come quella di San Suu Kyi. Sostenere l’idea della non violenza, al di là di un generico apprezzamento, può rischiare di farci passare per stupidi. Per questo San Suu Kyi ci dice di ascoltare la voce del cuore e mettere in moto sentimenti arcaici. Essa chiede una rivoluzione dello spirito che faccia leva sull’amore. Lei ci insegna come possiamo usare le nostre mani per amarci invece che per ferirci. La non violenza implica anche una condanna della guerra? Qual’è, ad esempio, la sua posizione sulla guerra degli Usa in Iraq? E’ una domanda a cui penso da bambino.Credo che questo sia un problema fondamentale. Non ritengo però che l’uomo da solo riesca a risolverlo. Credo che la guerra sia un difetto del cosmo, un disegno venuto male che precede la venuta dell’uomo. Gli americani mettono il loro presidente sotto impeachment, io credo che dovrebbe essere messo sotto impeachment Dio. Più concretamente, come dice John Lennon, dobbiamo dare una possibilità alla pace perché una terza guerra mondiale sarebbe un disastro globale. Il mio voto è sempre andato a una persona che tiene lontano le armi. E San Suu Kyi è un esempio. Quanta influenza in questo suo comportamento ha il buddismo, quanto la personalità di San Suu Kyi? Sono stato a stretto contatto con gli insegnamenti buddisti per 35 anni. Ci sono insegnamenti di Budda importanti, altri no. Così anche in Gesù. Li rispetto entrambi, ma non sono buddista, né cristiano. Gli insegnamenti buddisti che condivido sono come i colori sulla tavolozza di un pittore. Sono i colori della mente, degli stati di coscienza, i colori dell’amore, della dignità, della paura, della compassione. Posso conoscere la differenza tra questi colori. Il buddismo è lo studio dei colori della mente umana, di come si possono applicare sulla tela delle interazioni umane. Ma quello che dipingo è una mia scelta. Credo che lo stesso valga per San Suu Kyi. L’importanza che lei attribuisce alla responsabilità individuale, deriva dal buddismo e costituisce la base della sua vita spirituale, il pilastro della sua forza. Nessuno, dice lei, può catturare la mia mente. In un paese senza diritti umani siamo tutti in prigione. L’unica libertà è la coscienza, il fondamento del rispetto per il buddismo.
Diego Zandel
Alan Clements, La mia Birmania, conversazioni con Aung San Suu Kyi, pag. 372, €. 18,00
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| Pubblicato su:
LA RINASCITA DELLA SINISTRA |
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