“Mangia ciò che ti danno, cura la tua cella, studia”. Erano queste le regole che i prigionieri politici si erano dati nelle carceri e nei campi in cui venivano internati in Grecia, nei lunghi anni che accompagnarono e seguirono la guerra civile (1946-50), la quale, con la sconfitta dell’ELAS, l’esercito popolare di liberazione nazionale guidato da Markos, aveva portato alla messa al bando del KKE, il partito comunista greco.
Lo ricorda il poeta Manolis Fortounis, oggi ottantaduenne, autore di poche ma importanti sillogi di poesia (“Iscrizioni e Maschera”, “Biografie”, “La ferita e il sale). Siamo andati a trovarlo nella sua casa dell’isola di Kos, di cui è originario e dove trascorre i mesi estivi, vivendo per il resto dell’anno ad Atene, dove ha lavorato come redattore del giornale di centrosinistra “Elefterotipia” e collaborato all’Ansa e alla RAI. Parla perfettamente l’italiano. “L’ho imparato a scuola, qui a Kos, quando l’isola, come tutto il Dodecaneso, era un possedimento italiano. Il fascismo, a partire dal 1936, lo aveva imposto, mentre il greco, qui lingua madre, diventava facoltativo”.
Manolis Fortounis, uomo dell’Elas, l’esercito democratico, come lo chiama, venne arrestato la prima volta, in quanto comunista, nel luglio del 1946 e spedito nel campo di prigionia di Aghio Efstratios, una piccolissima isola nei pressi di Lemno, che fu il primo luogo di internamento dei comunisti. “Oggi lo ricorda una targa e una canzone che parla dell’isola come di una piccola Unione Sovietica” dice Fortounis. Tra Aghio Efstratios e altri campi di internamento, tra cui quello terribile di Makronissos, dove conobbe le prime torture delle quali porta ancora il segno (le ossa delle dita delle mani spezzate), restò in carcere ininterrottamente per 12 anni, fino al 1958, quando sarebbe passato alla condizione di “internato in libertà”, soggetto a vari arbitri da parte della polizia. Poi, con il colpo di stato dei colonnelli, nell’aprile del 1967, tornò a Makronissos. Ultima tappa, l’isola di Leros. “Qui, oltre al manicomio, c’erano due campi di internamento, uno per i quadri intermedi del partito e uno per gli artisti e gli intellettuali. Io mi trovavo in quest’ultimo”.
La piena libertà, con la restituzione dei suoi diritti di cittadino greco, l’avrebbe conosciuta solo nel 1976, dopo la caduta della dittatura e l’attuazione di una più autentica democrazia rispetto a quella del dopoguerra con la legalizzazione del KKE. Qui comincia un’altra storia, quella della scissione del KKE, con la formazione del Partito Comunista cosìddetto dell’interno che, sulla strada del PCI berlingueriano, respingeva il concetto di Unione Sovietica come stato guida e affermava il diritto dei partiti comunisti di seguire una strada autonoma in virtù delle condizioni politiche, economiche e sociali del paese in cui operavano. Dice Fortounis: “Il partito comunista dell’interno era l’erede dell’EDA, la formazione che, con il KKE illegale, raccoglieva i voti della sinistra. L’EDA non era solo una maschera. Aveva una sua politica e una sua strategia autonome e, su questo, si confrontava alla pari con Bucarest (dove risiedeva la direzione del KKE, n.d.r.), facendo capire che, agendo all’interno del paese, conosceva meglio di chi stava fuori le azioni da compiere. La successiva scissione tra KKE dell’esterno e KKE dell’interno, oggi tradottosi nella nuova formazione del Synapsismos, era la logica conseguenza di una diversa visione della lotta”.
Con la scissione Fortounis conobbe, come altri compagni, l’amarezza di vedersi togliere il saluto da alcuni duri e puri, non tutti, i più fanatici, come sottolinea Manolis, che pure avevano vissuto con lui l’internamento, le torture e resistito ai tentativi ricattatori di spingerli all’abiura di un’idea in cui credevano fermamente. “Divenni comunista per merito di un soldato tedesco” racconta Fortounis “Si chiamava Rudi. Arrivò a Kos nel 1944 e faceva parte di quel gruppo di soldati che, per le continue perdite tedesche, il Reich aveva prelevato dalle carceri di Hitler. C’erano criminali comuni e prigionieri politici, quest’ultimi convinti a vestire l’odiata divisa con ricatti nei confronti dei famigliari. Insieme a Rudi, a Kos c’erano altri due comunisti. Un giorno lo vedo arrivare nel negozio che aveva mio padre e, vedendomi solo, io avevo 17 anni, esordì dicendomi ‘Ich kommunist’. Era la prima volta che sentivo quella parola. Durante l’occupazione italiana non si parlava di comunismo. Mi avvertì: nasconditi, i tedeschi cercano operai con età superiore ai 16 anni e asini. Insomma, aveva cominciato a dare le dritte per atti di sabotaggio nei confronti dell’esercito di Hitler, quel Hitler che lo aveva tenuto in galera per tanti anni per le sue idee. Aveva più di quarant’anni già, ed era uno spartachista, seguace di Rosa Luxemburg. D’allora, con noi, oltre ad aiutarci nella resistenza, cominciò a parlare di proletariato e lotta di classe. E’ stata un’esperienza formativa straordinaria per me. Purtroppo Rudi rimase ucciso durante un attacco di un commando dell’esercito greco che non poteva sapere chi c’era dietro quella divisa di soldato tedesco, che gli era stata imposta. Sicuramente non sarebbe voluto morire con quella addosso”.
Oggi, Manolis Fortounis valuta tutti gli avvenimenti della sua vita. A ragione di essi, non può non definirsi comunista, ma si considera un riformista. “Noi comunisti greci abbiamo commesso molti errori. Uno di questi è stato essersi messi contro le decisioni che i grandi avevano preso a Yalta. Togliatti, in Italia, intelligentemente convinse i comunisti a deporre le armi dopo il passaggio del vostro paese all’occidente, evitando così la guerra civile. Certo, a differenza di noi, l’Italia aveva perso la guerra e forse fu più facile. Noi invece volevamo portare la vittoria fino al socialismo. La conseguenza fu la guerra civile e poi la messa al bando del partito. Un partito che se avesse accettato Yalta, pur con tutto il terrore che era stato scatenato contro i comunisti, avrebbe potuto contare innanzitutto sulla sua legalizzazione subito e quindi, con le prime elezioni, su almeno 90 deputati. La democrazia greca non avrebbe atteso tanti anni, con in mezzo, la dittatura dei colonnelli, per essere compiuta. In occidente, chi sapeva di noi? Per l’occidente esistevano solo i gulag sovietici. Ed eravamo un paese della Nato! Per questo dico che la democrazia è importante e viene prima di qualsiasi cosa. Oggi, relativamente al comunismo, posso dire solo una cosa: esso ci ha dato una personalità. Ci ha trasformato in cittadini democratici. Credo che, così, sia ancora possibile cambiare il mondo. A una condizione però: che tutto non si riduca a togliere te dalla poltrona per mettermici io”.
Diego Zandel